L’altra sera, durante la diretta con Cristina Turini, ci siamo lasciati trascinare da molte riflessioni che riguardano il nostro amato mondo podistico. A un certo punto, però, lo sguardo si è fermato su un dettaglio che dettaglio non è più.
Alle gare, ai sociali, agli allenamenti cittadini, la presenza dei giovani è sempre più evidente. Ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni che vivono il running in modo diverso rispetto a come l’abbiamo imparato noi. Una narrazione nuova, fresca, che mescola corsa e cultura urbana, musica, estetica, arte, socialità. Ogni allenamento diventa un evento, ogni uscita in città un momento di incontro.
L’idea è semplice, e proprio per questo rivoluzionaria: correre per stare insieme. Amici che si ritrovano grazie al running per condividere tempo, relazioni, passioni. Si corre, si parla, si crea, si festeggia. È un’esperienza collettiva che spesso supera i confini dello sport.

E allora la domanda sorge spontanea: noi dove siamo rimasti?
Noi siamo sotto il gazebo della squadra.
Un luogo che, ammettiamolo, ci fa sentire un po’ speciali. Anche solo per pochi istanti, ogni volta che ci entriamo sembra che le paure si dissolvano. Che sia la garetta di paese o il trail più duro della stagione, sotto il gazebo, seduto accanto ai compagni di squadra, qualcosa cambia.
Lì il peso della fatica si alleggerisce. L’ansia si condivide. La gara diventa un po’ meno dura perché non sei più solo.
Il gazebo è casa. È rifugio. È appartenenza.
E allora il vero nodo non è stabilire quale mondo sia migliore, ma chiedersi: come facciamo a far entrare quei ragazzi e quelle ragazze dentro una ASD?
Perché il rischio è reale: che il gazebo venga percepito come il “running di mamma e papà”, un posto dove non vuoi stare, un po’ come quando ti ritrovi in comitiva con gli adulti e senti che non è il tuo spazio.
Ma non è sempre così.

Io sotto quel gazebo ci sono stato con mio padre, con i suoi amici, con i miei. E sì, mi è servito a crescere.
Certo, ci sono stati momenti scomodi. Voci troppo forti, silenzi che pesavano più delle emozioni della gara. Ma non importa. Siamo gente semplice, con le nostre fragilità. E spesso per rimediare è bastato poco: uno sguardo d’intesa all’arrivo, una mano in salita, un aiuto inatteso. E all’improvviso eravamo amici più di prima.
Quello che forse non siamo riusciti a raccontare abbastanza del mondo sotto il gazebo è questo:
che quella divisa che ci rende simili, quel togliersi di dosso ogni maschera prima ancora del sudore, sotto quei teli sottilissimi ci fa sentire al sicuro. Come in un castello.
E così, come moderni guerrieri del benessere, armati di passione e amicizia, ne usciamo più forti di quando vi siamo entrati. Forti delle promesse fatte, consapevoli che a fatica le manterremo, pronti a difendere i nostri allenamenti dall’indolenza, dalla paura di fallire, dalla tentazione di mollare.
Forse, alle tante running crew, basterebbe vedere questo.
Scoprire che una pacca sulla spalla dopo la gara, un complimento sincero e inaspettato, contano davvero. Che il senso di appartenenza non è una gabbia, ma una rete che ti tiene in piedi quando la corsa ti mette alla prova.
E se poi nel terzo tempo non ci sarà lo spritz o la birretta, ma un sorriso, una fetta di crostata fatta in casa e la promessa che alla prossima gara si torna insieme sotto il gazebo dell’ASD…
forse quel ponte tra i due mondi sarà un po’ più solido.
Perché il running, in fondo, è questo: modi diversi di correre verso lo stesso bisogno di stare insieme.






