venerdì, Luglio 3, 2026
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The Last Question: la geopolitica entra nelle playlist dei runner

Prima ancora di essere un formato editoriale, il podcast è diventato un’abitudine. Una di quelle che si infilano nelle pieghe della giornata e finiscono per ridefinirla.

Per milioni di italiani è successo tra il 2020 e il 2021, quando il tempo sospeso della pandemia e l’esplosione dello streaming hanno trasformato l’audio on demand in uno dei consumi culturali più rilevanti dell’ultimo decennio. Nel 2025 oltre diciotto milioni di italiani hanno ascoltato almeno un podcast nell’arco dell’anno e quello che era nato come fenomeno di nicchia è diventato un ecosistema editoriale maturo, fatto di produzioni professionali, grandi gruppi e nuovi linguaggi narrativi.

Per chi legge Storiecorrenti questa trasformazione ha avuto però una caratteristica particolare: il podcast è diventato il sottofondo naturale del movimento.

Chi corre ascolta.

Ascolta durante i lunghi domenicali, nelle uscite rigeneranti, nei chilometri lenti del martedì mattina o nei trasferimenti verso una gara. La corsa e il podcast condividono infatti la stessa grammatica temporale: entrambe richiedono continuità, ritualità e la capacità di stare dentro il tempo senza subirlo.

C’è chi corre con playlist costruite sul ritmo del proprio passo e chi invece preferisce riempire quei sessanta o novanta minuti con storie, approfondimenti e idee. Cronaca, geopolitica, tecnologia, economia, cultura. L’allenamento diventa così anche un esercizio di aggiornamento e formazione continua.

“Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia” è un celebre podcast originale Spotify in 9 episodi scritto da Pablo Trincia con Debora Campanella e prodotto da Chora Media.

Negli ultimi anni il mercato italiano si è consolidato attorno a produzioni che hanno cambiato il modo di raccontare il presente: dai podcast quotidiani come Stories e Non hanno un amico fino alle grandi serie narrative di Pablo Trincia, passando per realtà come Chora Media, Will Media e Il Post.

Dentro questo scenario si inserisce la mia partecipazione a The Last Question, il summit prodotto da Chora Media e dal gruppo di lavoro di Black Box – La scatola nera della finanza, ideato da Guido Maria Brera e condotto da Raffaele Coriglione e Silvia Berzoni.

Ho trascorso due giornate nelle Corsie Sistine, uno dei luoghi simbolo della storia della medicina e dell’architettura romana, antico nucleo dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia.

La sensazione, entrando nelle sale del summit, era quella di trovarsi improvvisamente dentro il proprio feed di ascolto materializzato nel mondo reale: le voci che abitualmente accompagnano allenamenti, viaggi in treno e corse serali diventavano persone, panel e discussioni dal vivo.

Al centro di tutto c’era una domanda enorme e inevitabile, presa in prestito da uno dei racconti più celebri di Isaac Asimov e dalla sua The Last Question: come possiamo plasmare il futuro prima che il futuro plasmi noi?

Viviamo infatti in un’epoca di accelerazione tecnologica e geopolitica senza precedenti e, paradossalmente, più dati accumuliamo meno sembriamo comprendere la direzione verso cui stiamo andando.

Durante la due giorni si sono alternate alcune delle voci più autorevoli della finanza, della cultura, dell’impresa e della ricerca: Paolo Ardoino, Andrew Ross Sorkin, Kaiser Kuo, Walter Siti, David Avino, Stefano Buono, Matteo Del Fante, Saifedean Ammous, Paolo Giordano, Marcello Massimini, Alessandro Aresu, Cecilia Sala, Fra Roberto Pasolini e Maurizio Damilano, protagonisti di confronti che hanno attraversato tecnologia, economia, spiritualità e scenari geopolitici.

Paolo Ardoino

Le riflessioni che mi hanno colpito di più sono state quelle sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza emotiva. Non su rive opposte, ma parti complementari dello stesso processo di comprensione del presente.

C’era anche un’altra sensazione difficile da ignorare. Tra gli oltre milletrecento partecipanti presenti alle Corsie Sistine non conoscevo praticamente nessuno.

Non è necessario che sia sempre così, ma è probabilmente la misura più precisa del fatto che molte delle cose interessanti accadono oltre i nostri steccati abituali, dentro ecosistemi che spesso frequentiamo in autonomia e senza sovrapposizioni con le comunità che viviamo ogni giorno.

Poi però succede qualcosa di curioso: riportando quelle idee, condividendone i contenuti e facendoli circolare dentro altre reti di persone e interessi, quell’esperienza diventa partecipativa in maniera retroattiva. Un po’ come accade con i podcast stessi: qualcuno registra in uno studio, qualcun altro ascolta correndo lungo un argine o in un parco cittadino, eppure alla fine si ha la sensazione di aver preso parte alla stessa conversazione.

Come ha ricordato in chiusura Guido Maria Brera, ciò che resta davvero di questi incontri è la capacità dell’uomo di comprendere il tempo: per chi prova a controllarlo, per chi vorrebbe anticiparlo e per chi cerca semplicemente di capire in quale direzione stia correndo il mondo.

Per chi corre ascoltando podcast mentre macina chilometri, in fondo, è stato un po’ come entrare fisicamente dentro la propria playlist quotidiana.

Il gruppo di lavoro di Black Box – La scatola nera della finanza: da sinistra Silvia ,Berzoni, Guido Maria Brera, Raffaele Coriglione, Paolo Ardoino e Simone Pieranni

 

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso