Se corrono gli elefanti lo posso fare anche io

Ogni volta che facciamo un salto ricadiamo a terra, come la mela di Newton. Ogni cosa è attratta dalla forza di gravità, e ovviamente, purtroppo, anche la nostra corsa.

Ad ogni passo ripiombiamo sulla strada.

Pesanti, a volte anche più del solito, trasciniamo quello che in altre occasioni è un corpicino agile e scattante, ma in alcuni giorni la caduta dei gravi di Galileo Galieli si palesa al nostro cospetto fin dal primo chilometro.

Come schiacciati da una mano che ci tiene fermi senza poter avanzare, la forza di gravità, in certe uscite, sembrano due mani che ci rallentano più del solito.

Il termine gravità deriva dal latino “gravis”, che significa pesante. Gravità significa pertanto “essere pesanti“.

La forza attrattiva di un corpo è in relazione alla sua grandezza, più è grande, tanto maggiore sarà la forza di gravità che esercita.

Se potessimo correre sulla luna copriremmo una corsa di 10 chilometri facendo solo alcuni balzi. Il motivo è legato al fatto che la forza di gravità presente sul nostro satellite è minore in quanto più piccola della Terra, di conseguenza significherebbe poter fare salti di oltre 10 metri.

Tale sensazione ditemi che la vivete tutti almeno una volta nella vita, mese, giorno. Compresa tu antilope bionda, bona e senza ombra di massa grassa, alla quale il signore delle praterie degli alti piani del Kenya ti ha concesso tutto, compreso finire una maratona sotto le 3h30 con sorrisi a 32 denti e con un velo di sudore, peraltro profumato, lungo schiena.

Io mi chiedo allora perché, buon anima di Isacco Newton, quando mi vedo dall’esterno, in foto o in un video, sembro avere i piedi imbullonati a terra, come se corressi con le scarpe ortopediche di quando avevo 7 anni, altro che Brooks Levitate2.

Non mi solleva l’animo nemmeno se provo a rileggere le parole di Emil Zatopek, il mezzo fondista cecoslovacco, mito da sempre della atletica mondiale, quando a chi gli chiedeva perché in allenamento correva con gli stivali da lavoro, lui rispondeva “perché se volo con questi quando mi alleno, in gara, con le scarpette leggere ai piedi, mai nessuno mi prenderà”.

Io non volo né prima, né durante e tanto meno dopo le uscite di questi giorni.

E allora resto combattuto tra i consigli che ho ricevuto di chi svolazza in gara come se avesse le ossa vuote e di chi invece, in quei momenti bui della corsa, non si sente pesante, ma lo è veramente.

Chi trova giustificazioni intestinali insindacabili visto che sono 4 giorni che non va al bagno e chi per difesa azzera i collegamenti neuronali per non pensare. Chi cerca di sudare tutto il sudore che ha per poi provare a spiccare il volo.

In fine, mi rincuora ascoltare chi sostiene audaci motivazioni etologiche e si gratifica sapendo che se corrono gli elefanti lo possiamo fare anche noi.

 

Marco Raffaelli

 

Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso