Quattrocentomila chilometri e una pipa

«Se vieni all’allenamento in macchina con Stefano, preparati: ti farà sanguinare le orecchie».

Me lo aveva detto Stefano La Cara il giorno prima del nostro appuntamento alla piscina dove si allena la nostra squadra di triathlon – Team Panda.

Una raccomandazione che sembrava quasi un avvertimento. Alla fine, non aveva tutti i torti.

Per andare a Tivoli sono saliti sul taxi di Stefano e da quel momento è cominciato un viaggio che, più che portarci da una parte all’altra di Roma, mi ha fatto conoscere una persona che fino a quel momento avevo incontrato soprattutto attraverso il triathlon.

Stefano fa il tassista da ventisette anni. E sul suo taxi l’Ironman è praticamente un passeggero fisso. È dappertutto. Nei racconti, nelle fotografie, nelle conversazioni con i clienti, nei piccoli oggetti sparsi dentro la macchina. Anche il suo soprannome, Batman, racconta qualcosa di lui e della sua passione per il personaggio della DC Comics.

Ma soprattutto Stefano usa il taxi per parlare di sport. Se trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, parte. E durante il viaggio verso Tivoli non si è fermato un minuto. Raccontava, io facevo domande e lui ripartiva con un altro aneddoto. Poi, come spesso succede quando si parla con qualcuno senza avere fretta di arrivare, il discorso ha cominciato a cambiare strada.

Dal triathlon siamo passati alla vita.

Alle preoccupazioni di un genitore, ai figli, ai genitori che invecchiano, alle cose che ci portiamo dietro anche quando indossiamo il casco, infiliamo le scarpe da corsa o saliamo sulla bici.

È stato lì che ho capito che il personaggio interessante non era soltanto il triatleta. Stefano è quello che a Roma chiamiamo un “bonaccione”. Ma detto nel senso migliore possibile. Uno leale fino allo sfinimento, generoso, curioso delle persone. Uno che sembra avere sempre voglia di capire chi ha davanti.

E forse non è un caso. Per ventisette anni ha guidato un taxi per le strade di Roma. Fino a quattrocentomila chilometri all’anno. Quattrocentomila.

Una quantità di strada che permette di conoscere una città molto più di quanto possa fare qualsiasi guida turistica. Sul taxi di Stefano sono salite migliaia di persone. Romani, turisti, lavoratori, ragazzi, anziani, persone che avevano fretta e altre che invece avevano soltanto voglia di parlare.

Lui ascolta.

A volte parla molto, come ho potuto verificare personalmente. Altre volte sta zitto.

Ma ascolta.

E così, dopo tanti anni, ha imparato a riconoscere i cambiamenti della città e delle persone che la attraversano. Poi ogni tanto sale un cliente straniero. Due parole. Una domanda. E magari salta fuori che anche quello che è seduto dietro ha corso un Ironman.

L’interno del taxi di Stefano

A quel punto succede qualcosa. La lingua si scioglie. Roma diventa improvvisamente più piccola e nasce un dialetto internazionale fatto di nuoto, bicicletta, corsa, gare, viaggi, fatica e quella particolare follia che accomuna chi decide volontariamente di passare ore a fare fatica.

Il taxi diventa una specie di piccolo punto d’incontro del mondo endurance.

Adesso Stefano ha cominciato una nuova strada. Quella dell’allenatore.

Sta mettendo a disposizione di chi si avvicina al triathlon tutto quello che ha imparato negli anni dell’ultracycling e nel triathlon. E credo che sia una buona notizia per chi avrà la fortuna di allenarsi con lui. Perché Stefano conosce la fatica, ma non sembra avere nessuna intenzione di trasformarla in una religione.

Ci saranno i consigli, certo. Ci saranno le battute. Ci sarà l’esperienza di uno che certe cose le ha fatte davvero. E ci sarà soprattutto la capacità di sdrammatizzare. Che nello sport amatoriale non è una qualità così comune.

A volte ci prendiamo tremendamente sul serio. Il tempo, il passo, la potenza, la frequenza cardiaca, il materiale, la tabella, la gara della domenica. Tutto importante.

Ma ogni tanto servirebbe qualcuno che ci ricordasse perché abbiamo cominciato.

Stefano lo fa a modo suo. Anche arrivando al traguardo con una pipa in bocca. Non è una metafora. Lo fa davvero.

Ed è forse questa la cosa che mi piace di più di lui.

Ha passato una vita sulla strada e continua a considerarla una possibilità, non soltanto un percorso da completare. Prima come tassista. Poi come atleta. Adesso come allenatore.

Sempre con la stessa curiosità verso le persone che incontra lungo il viaggio. Quattrocentomila chilometri sono tanti. Una pipa al traguardo ancora di più.

Ma forse, alla fine, Stefano ci sta semplicemente ricordando che nello sport amatoriale dovremmo imparare a prenderci un po’ meno sul serio.

E a divertirci un po’ di più.

Bravo Stefano.

E resta sempre così.

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso