Il titolo è paradossale, ma mi è sembrato fotografare adeguatamente il rapporto tra noi e la robotica. In alcuni notiziari si è dato conto delle Olimpiadi dei robot (World Humanoid Robot Games) che si sono tenute a Pechino (e dove, sennò?), dal 22 al 26 agosto 2026.
Vi hanno preso parte più di 2000 robot, in “rappresentanza” di 16 nazioni. Le competizioni erano sia sportive vere e proprie (100 metri di corsa, salto in alto, sollevamento pesi, etc.) che di “prestazione” come, ad esempio, riordinare i libri di una biblioteca.
L’umanoide Tiangong Ultra del centro pechinese X-Humanoid ha corso i 100 metri in 8,64 sec., meglio di Usain Bolt. A prima vista queste competizioni appaiono l’ennesima trovata nel mare magnum delle stranezze; tuttavia si tratta di “realtà” che vanno prese sul serio: sono il segno tangibile che il futuro è adesso e non domani.
Anzitutto, dimostrano che la Cina è molto avanti in questa tipologia di tecnologia, se si considera che, nella precedente edizione di queste Olimpiadi, i robot erano teleguidati mentre, in questa, dovevano essere totalmente autonomi. Insomma, passi da gigante in grado di spingere verso la quotidianità della presenza di questi organismi artificiali.
Se lo sport riesce a renderli “normali”, non si farà fatica ad accettarli in altri contesti: dal robot chirurgo, al vigile urbano, al robot giardiniere, badante, insegnante e potrei continuare.
Intanto, dalle nostre parti, dormiamo sonni placidi, quasi del tutto inconsapevoli di quanto sta accadendo se solo aprissimo gli occhi. Nasce una nuova realtà mentre noi stiamo discutendo con i parametri della vecchia, finché avverrà una sostituzione che sarà accolta come “già accaduta” e, quindi, del tutto inevitabile.
A questo punto potrà meglio comprendersi il titolo di questo pezzo. Loro (i robot) stanno progressivamente assumendo configurazioni, comportamenti e prestazioni da atleti mentre noi, al contempo, regrediamo allo stato in cui erano loro cinque anni fa: sgraziati, buffi e senza un minimo di capacità organizzativa e relazionale.
È vero che non hanno la comprensione, né l’anima che caratterizza l’essere umano ma, alla fine, se questa tecnologia riuscirà a presentare un sufficiente livello di emulazione, la realtà diventerà quella “rappresentata” e condivisa; vera tanto quanto quella oggettivamente vera.
Il problema è proprio questo: la soggettività prevarrà sull’oggettività e, dal momento che dei sensi non ci si può fidare, nessuno sarà più in grado di dire cosa sia realmente vero e cosa non lo sia. Il trapasso sarà compiuto e gli organismi artificiali tratteranno noi come esseri nostalgici, ancorati a una “verità” ormai priva di significato. I robot allora saremo noi.
“La tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona.” (Umberto Galimberti)
“Il vero pericolo non è che i computer inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini inizino a pensare come i computer.” (Sydney J. Harris)
“Il simulacro non è mai ciò che nasconde la verità — è la verità che nasconde che non c’è alcuna verità. Il simulacro è vero.” (Jean Baudrillard)


