Mongolian Gobi Utramarathon e il viaggio di Lorena Brusamento

Ho visto questa gara per caso, anche se io so che nella vita nulla accade per caso, c’è sempre un perché.

Ho deciso di provare a candidarmi e dopo aver fatto due conti e aver chiesto parere alla mia Amica Assistente Elena la quale aveva subito pronto il piano di volo e soggiorno!

Fantastica, lei non dice mai no ma anzi ti chiede “quando partiamo?” Senza di lei certe cose non le farei!

La corsa, l’ultramaratona, è per me un viaggio…sempre

Un viaggio in me stessa e con me stessa e se può diventare un viaggio che mi porta a vedere/vivere/conoscere luoghi che ho solo visto nei libri o in TV, allora la corsa/gara diventa solo un pretesto per andare!

Il risultato finale, la vittoria, è conseguenza dell’essere diventata tutt’uno con tutto…

Se vincessi una cospicua somma di denaro la utilizzerei per andare a correre gare in posti irraggiungibili per poi raccontare ciò che ho vissuto, risultato positivo o no!

Perché andare a fare un’esperienza come questa? Beh, perché dopo che guardi le foto delle passate edizioni, dopo che guardi i video, dopo che capisci come è organizzata più o meno, dopo che ti sei fatta una cultura di posti ancora incontaminati guardandoti mille documentari alla televisione, non puoi che fare di tutto per esserci.

Prima cosa, la Mongolia con il suo fascino di terra difficile da vivere, desertica, stepposa, freddissima in inverno, calda d’estate. Con i suoi luoghi inaccessibili senza una guida, con i suoi spazi infiniti, con i suoi pastori nomadi che si trasportano la casa che sembra quella dei Lego da tanto è facile da smontare e montare; uomini, donne, famiglie che vivono seguendo i ritmi delle mandrie e degli animali che allevano, che vivono di nulla e ai quali non manca nulla…

Seconda cosa, la gara. Una ultra con un programma particolare, una specie di corsa a tappe nella steppa, con la carovana che si sposta e che ti dà la possibilità di correre dove altri non possono, dove corrono solo i cavalli, dove greggi di pecore e capre sembrano colonizzare ogni centimetro quadrato della steppa.

Una gara che ti permette non solo di mettere alla prova (ancora ce ne fosse bisogno) te stessa, ma che ti dà la possibilità di fare esperienze di vita a stretto contatto con i nomadi, con la natura, con la cultura, con le tradizioni di questa terra.

Siamo stati accolti come re e regine, siamo stati ospiti coccolati e serviti con premurosa cordialità.

Sono salita a cavallo, sono salita sul cammello, ho visto il monumento gigantesco a Chinggis Khaan, ho dormito nella “ger” (la casa trasportabile dei nomadi).

Impressionante la parte organizzativa: tanto quanto i nomadi, i nostri accompagnatori erano pazzeschi nel preparare, allestire, organizzare e poi impacchettare tutto per spostarsi alla tappa successiva. Tutti con i loro ruoli, tutti pronti a fare tutto.

E poi la corsa…

Le esperienze che facciamo condizionano in un certo senso i nostri pensieri e le nostre aspettative. Sono partita per la Mongolia seguendo le istruzioni ricevute per l’abbigliamento da portare, per la suddivisione dei bagagli, per le cose personali, pensando a ciò di cui avrei potuto avere bisogno in caso di malessere, pensando alle abitudini alimentari diverse.

Nella mia testa questa Ultramaratona doveva essere diversa dalle altre perché suddivisa in tappe da tot km al giorno.

L’incognita era come avrei reagito ad un impegno fisico distribuito su più giorni, condizionato dal caldo pesante e dagli spostamenti quotidiani.

Nella mia testa però rimaneva un’idea di ultramaratona con organizzazione “classicamente comoda”. Mi sono ritrovata catapultata in una situazione totalmente diversa da ciò che involontariamente avevo immaginato…e con grande sorpresa dopo un attimo di smarrimento mi sono sentita perfettamente a mio agio, mi sono sentita tutt’uno con la natura che mi circondava, con il mondo, con una cultura diversa dalla mia, con persone con cui comunicare era difficile per un problema di lingue.

Non ci sono live track, i passaggi sono segnati a mano, non ci sono aggiornamenti in tempo reale, non ci sono classifiche da consultare, non c’è nemmeno un percorso segnato con nastro, simboli, scritte o quant’altro ci siamo abituati a seguire.

Ci sono solo delle bandiere rosse piantate per terra nella steppa o nel deserto ogni “tot” metri tra le bandiere che segnano i km uno ad uno. Non è sempre facile individuarle perché spesso il percorso è movimentato e la bandiera può essere nascosta per un avvallamento.

Facile pensare “basta piantarle dove sono visibili”…. ma considerando che gli abitanti di quella parte della Mongolia si muovono tra le tracce della steppa desertica come se ci fossero degli invisibili cartelli stradali ad indicare di qua si va là, di là si va da un’altra parte, se il percorso viene segnato da un abitante locale (diversamente non potrebbe essere…) per lui è “ovvio” che si va di là, e ti pianta la bandiera dove gli pare!

Quindi aguzzi la vista, rallenti, ti guardi intorno cercando di avvistare il segnale che ti dice che sei sulla strada giusta e inizi a divertirti come se stessi giocando a nascondino!

I ristori/punti di controllo non sono perfettamente ogni 5 km, non è possibile garantirli, non ci sono bagni chimici ma chissenefrega, nella steppa ti guardi intorno anche se lo sai che sei tu e una mandria di capre (forse) ti cali i pantaloni e fai ciò che devi!

Per tre notti abbiamo dormito in tenda, ma non con una branda, per terra con un materassino sintetico e il sacco a pelo! Per tre giorni niente doccia: all’arrivo un cambio di pantaloncino e maglietta, se fortunati un rivolo d’acqua per togliere il sudore dalla pelle altrimenti qualche salviettina umidificata.

Ci sono state le notti nella “ger”, la tipica abitazione dei nomadi della Mongolia, c’è stato il resort con SPA, cioè una specie di piscinetta in pietra con acqua calda nella quale rilassarsi. La fatica per i tanti chilometri giornalieri, per un percorso non facile si è fatta sentire mentre le condizioni di “vita” non hanno influenzato così come si potrebbe immaginare: il corpo e la mente si adeguano, si inseriscono perfettamente nel contesto e si diventa naturalmente dei “nomadi della corsa“!

Una delle sensazioni più particolari, nuova e bella che io abbia mai provato da quando corro ultramaratone!

Spazi sconfinati che sembrano non avere fine, silenzi rotti solo dai versi di animali, dal rumore del vento che soffia per fortuna quasi sempre, dall’urlo di battaglia “ITALIAAAAAA!!!!” che sentivo non appena mi intravedeva uno dei Driver Mongoli, l’unico a parlare un po’ di inglese  ma che faceva da portavoce per tutti gli altri: mi sono accorta solo nell’ultima giornata di gara che tutti loro facevano il tifo per me e mi sono tremate le gambe: cuoche, giudici, aiutanti, driver, il medico o meglio la dottoressa, la fotografa, gli organizzatori.

Mongolia-Mongolia-Mongolia – Italia ripetevano e queste in effetti sono state poi le prime quattro posizioni in classifica generale, a seguire i Koreani e le Koreane e gli altri.

Da tutti ho ricevuto parole, anzi, gesti di stima e ammirazione per la forza e la determinazione dimostrata. Strette di mano, five, foto, selfie, abbracci dalle Koreane che mi dicevano parole incomprensibili ma di cui capivo il senso perché con la mano facevano un gesto inequivocabile (pollice alzato) : Number One

Non ho capito se in Mongolia sia “normale” un abbraccio, so però che io volevo abbracciarli tutti uno ad uno perché lo ritenevo l’unico modo per ringraziali, per trasmettere tutto il mio affetto per loro, così semplici, così speciali, così umani.

Volevo farlo e l’ho fatto senza preoccuparmi del “si può o non si può” e ricevendo in cambio lo stesso forte abbraccio!

Torno a casa con trofei, diplomi, regali e tante foto…ma le cose più belle che mi hanno regalato queste splendide persone, questo angolo di mondo indescrivibile le porto nel mio cuore

Una delle immagini che più mi sono rimaste impresse oltre ai paesaggi unici e alla sagoma di Elena che vedevo in lontananza e riconoscevo subito, è la corsa dei tre atleti Mongoli che hanno partecipato alla gara. Atleti a mio parere meravigliosi…li vedevo davanti a me per i primi chilometri poi piano piano sparivano inghiottiti dalla loro steppa, veloci, leggeri e liberi come i loro cavalli al pascolo.

Fantastici.

Ho provato a correre un po’ con uno di loro, il più giovane, alla terza tappa. Mi sono accorta che in due mi aspettavano come se volessero correre insieme. Abbiamo corso in silenzio, solo piccoli gesti con la mano per indicarmi la via migliore da seguire per arrivare alla bandiera, di bagnarmi o di mangiare.

Una ventina di chilometri poi il caldo per me era troppo opprimente e non ho potuto mantenere il loro ritmo. Sarei schiattata! Ho rallentato e l’ho lasciato andare a raggiungere il compagno.

Ho corso praticamente sempre sola, godendomi tutto ciò che sentivo, vedevo, provavo, ascoltavo. Mi guardavo intorno incredula, avvolta dalla meraviglia di essere sola in quello spazio infinito e sentirmi serena, nessuna paura, nessun timore, nessun pensiero.

Solo io, la natura, la corsa e la consapevolezza che ad un certo punto sarebbe apparsa Elena, pronta ad accompagnarmi per qualche chilometro fino al traguardo!

Lorena Brusamento