L’uomo che puliva gli uffici e correva più forte di tutti

— Ciao Simone, come stai?
— Ehi capo, ma che ce fai qua? T’hanno cacciato de casa?

— Macché. Devo finire un progetto e non voglio fa’ notte.

Simone, che poi Simone non si chiama davvero, ha 52 anni, viene dall’Etiopia ma ha origini marocchine, e fa le pulizie nell’ufficio dove lavoro. Ci incrociamo la mattina presto o durante la pausa pranzo, quando torna per il secondo giro dei servizi.

Il suo nome è Simohammed, ma in ufficio lo chiamano tutti così. È una di quelle abitudini che abbiamo con chi arriva da lontano: accorciare, storpiare, rendere familiare qualcosa che familiare non ci sembra abbastanza. Un modo gentile, forse. O forse solo comodo.

Io lavoro per una multinazionale americana in un openspace con ottanta persone.
Dopo la pandemia la corporation ci aveva lasciati respirare per un po’, poi è arrivato il richiamo: cinque giorni su cinque in presenza. “Per la collaborazione”, dicevano. “Per fare squadra”.

Ed era anche vero.
Ma non era solo quello.

Quando gli uffici si svuotarono, iniziarono a perdere valore. Interi palazzi costruiti attorno all’idea che milioni di persone sarebbero entrate e uscite ogni giorno. Affitti enormi, mutui enormi, investimenti enormi.
E quando quei metri quadri smisero di servire davvero, il castello iniziò a scricchiolare.

Così le persone tornarono.
Poco alla volta.
Abbastanza da salvare l’equilibrio.

E il lavoro di Simone dipendeva esattamente da questo equilibrio:
più persone negli uffici, più bagni da pulire, più cestini da svuotare, più ore da lavorare.

Anche se “lavorare” non significava vivere bene.

Di notte puliva una palestra.
Il sabato aiutava un amico al banco della frutta al mercato Val Melaina nell’omonimo quartiere.
Perché sei euro l’ora non bastano quasi mai. Men che meno se hai un figlio che a settembre inizierà l’università.

— Capo, allora? Le corse de ieri?
— Simone, lo sai. Io vado piano ma arrivo sempre.

Fu il running a farci diventare amici.
Un giorno stava spolverando le medaglie appese vicino alla mia scrivania e mi chiese che tempi facessi. Da lì iniziammo a parlare ogni giorno.

Di gare.
Di scarpe consumate.
Di fatica.

E soprattutto della sua vita ad Addis Abeba.

Mi raccontò che da ragazzo correva per una delle squadre più forti della città. Aveva vinto gare importanti. Conservava ancora qualche articolo ingiallito nel telefono, come si conserva una fotografia di famiglia.

— Marco, non esiste corre piano. O corri forte o stai a casa.

Lo diceva sempre con quella durezza asciutta che hanno certi uomini cresciuti senza spazio per le mezze misure.

— Io corro per stare bene.

— Ma tu già stai bene. Che te manca? – Mi chiede con il suo solito accento romafricano –
Io invece voglio ricominciare. Mio figlio deve studiare. E gli studi costano pure laggiù. Qua sei euro l’ora so’ fame.

E come dargli torto.

Per lui correre non era benessere.
Era possibilità.

— Voglio tornare ad allenarmi sul serio. Ho visto che certe gare la domenica danno trecento euro di premio.

— Simone, però non hai più vent’anni. Per fare soldi devi andare forte davvero. Sotto i trentaquattro sui dieci chilometri.

Lui mi guardò senza abbassare gli occhi.

— La testa lo sa già. Devo solo ricordarlo alle gambe.

Da quel giorno iniziò ad allenarsi ogni sera dopo il lavoro.
Il mio allenatore lo prese nel gruppo al Paolo Rosi e lo massacrò di ripetute, salite a Villa Glori, trasformazioni in pista.

E Simone rispondeva sempre.
Più il coach alzava il ritmo, più lui sembrava tornare vivo.

I ragazzi restavano zitti a guardarlo.
Alto, magrissimo, con quella pelle ambrata che sotto le luci della pista sembrava bronzo lucidato. Correva leggero. Elegante. Quasi feroce.

Sembrava che il suo corpo ricordasse qualcosa che la vita aveva provato a cancellare.

Dopo tre mesi il verdetto arrivò semplice:

— È pronto.

I test parlavano di un possibile 30 alto sui 10 km.
Ma soprattutto parlavano gli occhi di Simone.

Erano cambiati.

Dentro ci vedevi di nuovo Addis Abeba.
Il vecchio campo vicino alla scuola.
Il suo allenatore, Baba.
Le urla durante le ripetute.
Le punizioni se mollava.
E quel fuoco nei polmoni che solo chi ha corso davvero conosce.

Scelse la Corsa di Miguel per tornare a gareggiare, consapevole che non c’erano premi in denaro, la volle perché la conosceva dai miei racconti.
Dai valori che si porta dietro.
Una gara popolare, vera, che finisce dentro lo Stadio Olimpico.

Riuscii a fargli avere un pettorale in prima griglia.

Quando partì sembrava assente.
Come se tutto il resto fosse sparito.

Niente pubblico.
Niente rumore.
Niente paura.

Solo corsa.

Ai trecento metri finali sbucò dalla Porta Maratona era primo.
Dentro l’Olimpico aveva la stessa faccia che aveva in pista durante gli allenamenti più duri: gli occhi stretti, il petto aperto, la fame.

Poi alzò le braccia.
E urlò il nome di suo figlio.

Fortissimo con un tempo netto di 29’.

Come se potesse sentirlo da settemila chilometri di distanza.
Come per dirgli:

“Papà c’è ancora.”

E in quel momento Simone non era più l’uomo delle pulizie del quarto piano.
Era di nuovo la Tigre Etiope.

Come lo chiamava il suo Baba.

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso