Lo scenario è sempre lo stesso, lo conosciamo tutti.
Stai correndo al tuo ritmo, quello vero, quello onesto — la falcata di chi ha fatto pace con la propria VO2max, il fiatone gestito come si può, la faccia che definire “sofferente” è un eufemismo.
E poi, in lontananza, lo vedi.
Un puntino che si avvicina. Si avvicina. Si avvicina ancora un po’.
“Cavolo, è Marco.”
Nel giro di 0,3 secondi succede una trasformazione degna di un supereroe Marvel:
La schiena si raddrizza di colpo
Le braccia iniziano a oscillare con eleganza da atleta olimpico
La falcata si allunga come se improvvisamente ti fossero cresciute le gambe
Il respiro affannoso viene silenziato con uno sforzo sovrumano, sostituito da un controllatissimo “e vabbè dai, tranquillo, sto solo scaldando”
Lo sguardo si fa fiero, quasi annoiato, come se stessi facendo ripetute da 3’/km “così, per gioco”
“Ehi Marco! Tutto bene?!”
Tre minuti di chiacchiere in cui reciti la parte del podista navigato, mentre dentro di te i polmoni stanno organizzando uno sciopero.
Poi i saluti. “Ci vediamo eh, dai buona corsa!”
E appena Marco è a distanza di sicurezza (diciamo… 20 metri, giusto per non farsi beccare)?
Crollo totale.
Il ritmo torna quello di prima. Le spalle si afflosciano. Il fiatone riprende con gli interessi arretrati. E tu torni a essere semplicemente un essere umano che sta cercando di sopravvivere ai suoi 8 km, non un finisher da maratona di Boston.
Perché noi podisti abbiamo due velocità: quella vera, e quella “davanti a testimoni”.
Tag l’amico con cui vi fate sempre questo scherzetto a vicenda


