La lezione del triatleta

Volevo diventare triatleta per sentirmi vivo.

Da qualche giorno, per la precisione da sabato scorso, sono un triatleta.

Faccio ancora un po’ fatica a rendermene conto, quando posso guardo la medaglia per convincermi che sia accaduto davvero.

Molte volte in questi mesi ho pensato a quale fosse stata la motivazione, la molla scattata nella mia testa che mi aveva convinto a tentare di superare un nuovo limite, ad affrontare una nuova sfida personale che, se non fosse stata superata, si sarebbe potuta rivelare una cocente delusione.

A maggio avevo associato alla abituale corsa il nuoto, conosciuto in gioventù giocando a pallanuoto, ed ero salito per la prima volta in sella alla mia bici, ereditata da Michele, andato via troppo presto, troppo velocemente e in modo troppo assurdo.

Mi sono allenato per più di 5 mesi senza avere la piena consapevolezza di cosa cercassi, di cosa desiderassi.

Poi arriva il giorno della vigilia, e tutto diventa improvvisamente più chiaro:

era una nuova prima volta, di quelle che vivi con trepidazione, gioia, terrore o ansia.

Mi era capitato di vivere questi momenti decine di volte nella mia vita, il primo giorno di scuola, il primo esame all’università, la prima vacanza con gli amici, il primo appuntamento con la ragazza che ti fa impazzire, il primo giorno di lavoro, la prima maratona, il matrimonio, la nascita di un figlio.

Per ciascuna di queste prime volte c’è sempre un “giorno prima” che precede l’evento, vissuto da ciascuno di noi con trasporto emotivo diverso a seconda se si è bambini, ragazzi oadulti.

E da adulti, nel percorso vissuto durante gli anni, fatto di esperienze e conoscenze, diventa sempre più complicato e raro vivere quel “giorno prima”, di quelli che non ti fanno dormire la notte, che ti emozionano solo a pensarci, che sai già costituiranno un’altra tappa importante della tua vita.

Volevo diventare triatleta per sentirmi vivo.

E così, dopo mesi di annullamenti, rinvii e cancellazioni di tantissime gare, arriva il grande giorno, che voglio cominciare araccontare dalla fine, da quel “premio” rappresentato simbolicamente per noi amatori dalla medaglia, dalla gioia dell’essere parte della festa sportiva e, nel mio caso, dall’abbraccio di Aldo, il mio tifoso numero uno, il maggiore dei miei figli, che sapevo lì ad aspettarmi al traguardo per pronunciarmi quelle semplici parole,sempre diverse, che ripagano di tutte le fatiche e ti fanno sentire un vero supereroe.

E’ stata una gara completamente nuova rispetto a quelle a cui sono abituato (si trattava del campionato italiano di Triathlon Medio, a Borgo Egnazia), molto diversa dalle mezze, dalle maratone o dai grandi eventi come le 5 majors a cui ho avuto la fortuna di partecipare; a partire dalla preparazione dei giorni prima, dettagli diversi da dovere curare (la meccanica della bici, la muta, il body, l’alimentazione, la preparazione della zona cambi e delle transizioni, gli adesivi da applicare…).

Il giorno della gara, poi, l’arrivo al villaggio mi ha lasciato senza parole: una distesa di bici extra-terrestri e colori incredibili. Un incanto osservare lo scrupolo e l’attenzione con cui ciascun atleta preparava il suo piccolo spazio dove riporre le scarpe, il pettorale, il casco.

Ma non è concesso perdere troppo tempo a godersi lo spettacolo, i minuti scorrono inesorabili e non manca molto alla partenza; dopo aver tatuato su braccia e gambe il numero di gara, avere indossato la muta e preparato a mia volta la zona cambio, mi dirigo verso la passarella che mi porterà in acqua per la prima frazione.

Nel triathlon medio si nuota per 1.9 km, un percorso da percorrere tre volte disegnando un triangolo delimitato da tre boe; l’organizzazione per le misure Covid (davvero esemplare) ha predisposto due passarelle diverse per numeri pari e dispari ed entrate in acqua a coppie ogni 5 secondi per garantire la distanza di sicurezza, con mascherine indossate fino all’entrata in acqua.

Il meteo è perfetto, il mare una tavola e non c’è un filo di vento a disturbare gli atleti di altissimo livello, arrivati da tutta Italia per onorare il campionato italiano.

Ormai ci siamo, si entra in acqua, la temuta ressa iniziale è annullata dalla partenza anomala, ma si nuota comunque in gruppo; provo a prendere da subito un ritmo regolare, l’acqua è trasparente e mi mette subito tranquillità. Dopo poche bracciatemi sento completamente a mio agio e solo in prossimità delle boe devo prestare attenzione a qualche contatto “proibito” con qualche atleta intento a tenere la migliore traiettoria.

I circa 40’ di nuoto passano velocemente, è già tempo di pensare alla transizione bici; esco dall’acqua accennando una corsetta, il fondo permette di correre senza pericolo di scivolare. Tolgo la muta e tutto il resto e mi dirigo con sicurezza verso la zona cambio e la bici (Julia, la mia allenatrice, si era raccomandata molte volte di studiare il percorso per non “perdermi”).

Indosso casco e pettorale, sgancio la bici dal cavalletto, mangio una barretta, salgo in sella solo dopo la linea al di fuori della zona cambio segnalata dal giudice (una delle differenze con le gare fatte finora è la fiscalità delle regole e dei giudici) e parto.

Il percorso bici è veloce, i 90 km da percorrere si sviluppano su un giro di 45 km da ripetere due volte, con un dislivello totale di poco più di 500 mt; la bici è la disciplina con la quale ho meno confidenza e penso soprattutto a centellinare le energie per non restare a secco per la mezza di corsa. La frazione di bici è “no draft”, anche a causa del covid e non si può sfruttare la scia degli avversari.

Le tre ore e dieci minuti che impiego per la frazione di bici passano anche in questo caso molto velocemente ed è il momento di cominciare a pensare alla corsa: i 21 km prevedono un percorso di 7 km da percorrere tre volte nel più tipico degliscenari pugliesi, fra muretti a secco, masserie e ulivi, quasi interamente piatto.

Entro nuovamente nella zona cambio, sfilo le scarpe da bici, infilo quelle da running e parto. Le prime sensazioni sono buone e sono fiducioso di poter correre la mezza senza particolari problemi; l’idea sarebbe di chiuderla intorno all’1h40’ ma dopo il primo giro rivedo la mia stima, l’obiettivo più importante che mi sono dato è arrivare in fondo senza soffrire e con il sorriso sulle labbra.

Si vedono ormai i gonfiabili dell’arrivo e il racconto si conclude così come era cominciato, con la medaglia, l’abbraccio di Aldo e del gruppo speciale che mi aspetta all’arrivo.

Ce l’ho fatta, sono un triatleta.

E ho vissuto una stupenda prima volta alla quale sono arrivato grazie all’aiuto di molte persone: la mia allenatrice Julia, una donna straordinaria che mi ha conquistato prima di tutto come persona e poi con la sua filosofia di vita e di allenamento, rigorosa e seria ma mai eccessiva o sopra le righe, sempre focalizzata sullo stare bene e sul divertirsi, il coach che tutti vorrebbero avere.

E poi la mia famiglia, che ha assecondato il mio continuo giocare al pazzo Tetris dell’incastrare allenamenti, lavoro, vita privata. E tutti gli amici che mai hanno smesso di incoraggiarmi e credere nelle mie possibilità.

La lezione che ho imparato da triatleta è proprio questa.

Per compiere le grandi imprese (o ciò che crediamo possano essere grandi imprese) abbiamo bisogno di emozioni, di viverne nuove e rinnovarne altre, ancor più della necessità di superare noi stessi e i nostri limiti.

Massimiliano Arcieri