Il triathlon è come ballare da soli in casa

Domenica 11 ottobre ho preso parte al triathlon olimpico di Ostia, una delle più belle tappe del circuito FITRI nel Centro Italia. Sempre ben organizzata, in quel quartiere di Roma che, con un po’ di fantasia e nelle giornate giuste, sembra la California della Capitale.

Il triathlon olimpico prevede 1.500 metri di nuoto, 40 chilometri in bicicletta e 10 chilometri di corsa. Detta così sembra una cosa complicata, soprattutto per chi è abituato a infilarsi un paio di scarpe e uscire a correre.

In effetti, all’inizio lo è. Devi imparare a gestire tre discipline, organizzare gli allenamenti, capire come alimentarti, trovare il tempo per andare in piscina, pedalare e correre. E poi ci sono le transizioni, la muta, la bicicletta, il casco, gli occhialini, il numero di gara e una quantità di oggetti che per un podista abituato a partire da casa con le chiavi in tasca rappresentano già una bella complicazione.

Ma il problema, almeno per me, rimane sempre uno: il nuoto.

Nonostante gli ultimi due anni di preparazione in vasca, durante i quali la fatica di nuotare è diventata progressivamente un piacere, grazie soprattutto agli allenamenti programmati da Stefano La Cara, la frazione di nuoto in una gara di triathlon, su qualsiasi distanza, rimane quel pensiero che ti fa svegliare inutilmente alle quattro di mattina e che, una volta arrivato in zona partenza, ti fa fare pipì cinque volte prima dello start.

Mentre dalla spiaggia di Ostia scrutavo l’orizzonte, cercando di capire quanto fossero lontane quelle maledette boe, pensavo a un capitolo del libro del mio coach, Se solo non ci fosse il nuoto, intitolato Essere a proprio agio.

In questa parte del suo lavoro, Stefano esplora uno degli aspetti più delicati del triathlon: l’ansia in acque libere. E spiega una cosa che mi ha fatto sentire decisamente meglio, anche se non ha risolto il problema delle cinque pipì.

L’ansia non è necessariamente un difetto di carattere e non coincide con la mancanza di preparazione. È, come scrive, «una risposta neurofisiologica a un contesto che, per definizione, sottrae controllo». Io ne sono la dimostrazione vivente.

In piscina vado bene. O meglio, adesso vado bene, perché in passato non era affatto così. Nuoto con regolarità, riesco a gestire la respirazione, conosco i miei ritmi e, soprattutto, mi piace stare in acqua. Una conquista che fino a qualche anno fa non avrei neppure immaginato.

Poi arrivo al mare e cambia tutto.

Il sottoscritto con il coach Stefano La Cara prima dello start

Stefano spiega che anche un nuotatore preparato può interpretare come potenzialmente minacciosi segnali che in altri contesti sarebbero del tutto normali: l’oscurità, il freddo, la profondità, la mancanza di riferimenti, il contatto con altri corpi, i rumori ovattati e la visibilità ridotta. Aggiungerei anche quei simpatici concorrenti che, appena entrati in acqua, si trasformano in squali convinti di dover raggiungere la boa passando necessariamente sopra la tua testa.

Per questo continuo a sperare che un giorno gli organizzatori delle gare decidano di mettere le corsie anche in mare, esattamente come in piscina. Ognuno nella propria, tranquillo e beato, senza rotture di coglioni da parte di quelli che ti afferrano, ti prendono a pedate e cercano di affondarti, mantenendo naturalmente uno stile impeccabile e una respirazione regolare.

Invece no.

In questo ambiente che personalmente continuo a considerare piuttosto ostile, può accadere esattamente quello che descrive Stefano: più cerchi aria, più perdi assetto; più perdi assetto, più avverti la difficoltà; più senti di essere in difficoltà, più cresce l’urgenza di salvarti.

Un meccanismo che può portare al panico anche persone perfettamente allenate. E allora qualcuno potrebbe giustamente domandarmi: ma chi te lo fa fare?

La risposta è abbastanza semplice. Per lo stesso motivo per cui corriamo una maratona, affrontiamo un’ultramaratona in montagna oppure decidiamo di passare una domenica intera in bicicletta, magari sotto il sole, quando potremmo tranquillamente stare seduti a leggere un libro.

Ci piace misurarci con qualcosa che inizialmente sembra più grande di noi. Non necessariamente per dimostrare qualcosa agli altri. Anzi, con il passare degli anni, sempre meno. Lo facciamo perché imparare a stare dentro una difficoltà, conoscerla e progressivamente renderla familiare è una delle soddisfazioni più belle che lo sport riesce a regalarci.

Negli ultimi due anni ho dedicato molto tempo al triathlon. Ho nuotato, pedalato sui rulli quando le strade di Roma mi sembravano troppo pericolose, corso con le gambe stanche dopo la bicicletta. Ho imparato a organizzare giornate e allenamenti intorno a tre discipline che chiedono molto, ma restituiscono altrettanto.

E ho scoperto che il triathlon, nonostante tutta l’attrezzatura e le complicazioni che ci portiamo dietro, è uno sport molto più semplice di quanto sembri. A pensarci bene assomiglia a una puntata di Giochi senza frontiere.

Nuoti, esci dall’acqua, corri verso una bicicletta, ti cambi, pedali, torni indietro, lasci tutto e ricominci a correre. Manca soltanto qualcuno che gridi «Attention, trois, deux, un!» e il gioco è fatto. La vera difficoltà, però, non è mettere insieme tre sport.

È imparare a fidarsi di quello che sappiamo fare.

All’inizio sei continuamente preoccupato di sbagliare qualcosa. Ti chiedi se stai nuotando abbastanza veloce, se gli altri ti stanno superando, se perderai troppo tempo in zona cambio, se riuscirai a correre dopo quaranta chilometri in bicicletta.

Guardi gli altri e ti sembrano tutti più preparati, più sicuri, più a loro agio. Poi, un po’ alla volta, capisci che non serve. Devi semplicemente fare quello che hai imparato durante gli allenamenti, senza preoccuparti troppo di come appari e di chi ti sta guardando.

Un po’ come quando ti dicono di ballare come se fossi da solo in casa.

Avete presente? Metti la musica, ti muovi come ti pare, non devi dimostrare di conoscere i passi e soprattutto non hai nessuno davanti al quale fare bella figura.

Se invece cominci a pensare a come muovi le braccia, a dove metti i piedi e a quanto puoi sembrare ridicolo, finisce che rimani fermo. Nel triathlon succede qualcosa di molto simile.

Devi imparare a lasciarti andare, ad avere fiducia nel lavoro fatto e ad accettare che non tutto sarà perfetto. Perché puoi allenarti per mesi, ma il mare quel giorno avrà comunque le sue onde, qualcuno ti passerà sopra durante il nuoto, in bicicletta troverai vento contrario e quando inizierai a correre le gambe potrebbero avere idee completamente diverse dalle tue.

Eppure, proprio quando smetti di voler controllare ogni cosa, cominci finalmente a divertirti. Forse è questa la parte che mi piace di più del triathlon.

Dopo tanti anni passati a correre, dopo decine di maratone e centinaia di gare, ritrovarmi ancora nella condizione di dover imparare qualcosa. Di avere qualche timore prima di una partenza, di sbagliare, di migliorare e di scoprire che posso fare cose che fino a poco tempo prima consideravo complicate.

Non è poco, soprattutto quando hai superato da un pezzo l’età in cui pensavi di poter imparare tutto. Il triathlon è una di quelle attività umane che sembrano difficili fino a quando, con il tempo e la pratica, diventano più semplici.

Non perché smettano di essere faticose, ma perché impari a starci dentro. E quando finalmente ci riesci, quando esci dall’acqua e cominci a pedalare con la sensazione che il peggio sia passato, capisci che tutta quella fatica aveva un senso.

Anche le cinque pipì prima della partenza.

Il mare continuerà a mettermi un po’ di paura e probabilmente continuerò a desiderare le corsie fino a quando avrò voglia di partecipare a un triathlon. Ma intanto ho capito una cosa.

Che non devo diventare un grande triatleta per divertirmi a fare triathlon.

Devo soltanto imparare a ballare, anche quando qualcuno mi guarda.

Ovviamente riportiamo le cose in ordine con i piedi sotto il tavolino dopo le fatiche sportive
Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso