Il problema non è fermarsi quando ci si infortuna. È capire quando bisogna rallentare prima.

C’è una frase che ogni tanto torna nel mondo della corsa: «Essere atleti significa anche sapersi fermare quando si è infortunati».

Vero. Ma detta così sembra quasi che l’infortunio sia una tappa inevitabile del percorso, una specie di pedaggio da pagare per dimostrare di essere diventati runner.

E invece la questione, soprattutto per chi allena gli amatori, dovrebbe essere un’altra: insegnare a gestirsi prima di arrivare all’infortunio.

Perché negli ultimi anni, accanto a tanti allenatori preparati e attenti, si è consolidato un approccio alla corsa che personalmente trovo discutibile. Quello che prende una persona normale, magari alla sua prima esperienza sportiva, e nel giro di pochi mesi la trascina dentro una programmazione costruita su obiettivi sempre più ambiziosi.

Prima i dieci chilometri, poi la mezza maratona, poi la maratona. E magari tutto nel giro di un anno.

Tabelle, ripetute, lunghi, lavori di qualità, ritmi da rispettare, chilometri da accumulare. Ogni settimana qualcosa da dimostrare, ogni allenamento una verifica.

Il problema non sono le tabelle, né le ripetute e nemmeno gli obiettivi ambiziosi. Tutti strumenti legittimi, spesso utilissimi.

Il problema nasce quando è la persona a doversi adattare alla tabella e non la tabella alla persona.

Un runner amatoriale non è un professionista in miniatura. Ha un lavoro, una famiglia, preoccupazioni, responsabilità, notti in cui dorme poco e giornate in cui arriva a sera senza energie.

E soprattutto ha una storia personale che non si misura soltanto con un test del lattato, una frequenza cardiaca o un tempo sui diecimila metri.

C’è chi trova nella corsa una possibilità di riscatto, chi cerca autostima, chi ha bisogno di sentirsi parte di un gruppo. Persone che magari per anni hanno pensato di non essere capaci di fare sport e che improvvisamente scoprono di poter correre per un’ora senza fermarsi.

È un passaggio bellissimo, ma anche delicato.

Perché proprio su queste fragilità può innestarsi un meccanismo pericoloso: la necessità di dimostrare continuamente qualcosa. All’allenatore, ai compagni, ai social e, soprattutto, a se stessi.

Si comincia a pensare che saltare un allenamento sia una sconfitta. Che rallentare significhi perdere quanto conquistato. Che il dolore sia una prova di carattere e la stanchezza una debolezza da superare.

A quel punto la corsa rischia di smettere di essere una scelta e diventare un obbligo psicologico.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità di chi allena.

Un buon allenatore non dovrebbe limitarsi a conoscere la fisiologia dello sforzo, le soglie, i carichi e i tempi di recupero. Dovrebbe anche saper leggere la persona che ha davanti, comprendere le sue motivazioni, riconoscere le sue insicurezze e, quando necessario, proteggerla persino dal suo eccesso di entusiasmo.

Non significa rinunciare alla fatica. La fatica è parte dell’allenamento, così come lo sono la disciplina e la progressione dei carichi.

Significa distinguere la fatica che costruisce da quella che, quando non viene adeguatamente gestita, può contribuire a fare danni.

E significa soprattutto evitare di trasformare ogni limite in un ostacolo da abbattere.

C’è poi un altro aspetto che mi colpisce. La facilità con cui alcuni racconti sportivi normalizzano il ricorso a terapie, infiltrazioni e trattamenti per riuscire a tornare rapidamente ad allenarsi. Interventi che possono avere una precisa indicazione medica, naturalmente, ma che non dovrebbero diventare scorciatoie per riprendere quanto prima la tabella.

Perché se un atleta amatoriale arriva ripetutamente a farsi male, forse la domanda non dovrebbe essere soltanto quando potrà ricominciare a correre, ma anche che cosa, nella gestione degli allenamenti, meriti di essere rivisto.

Non tutti gli infortuni sono prevedibili o evitabili. E non ogni infortunio è responsabilità di un allenatore. Ma questo non rende meno importante la prevenzione.

La stessa letteratura scientifica sul training load management riconosce quanto siano importanti la progressività, il recupero, le differenze individuali e il carico psicologico, anche quello che arriva dalla vita quotidiana.

Dopo oltre trent’anni trascorsi sulle strade, nelle piste e alle partenze delle gare, continuo a pensare che il vero successo della corsa amatoriale non sia portare una persona qualsiasi a correre una maratona nel minor tempo possibile.

È metterla nelle condizioni di continuare a correre per anni, possibilmente con piacere, senza sacrificare tutto il resto della propria vita.

Un allenatore dovrebbe essere contento non soltanto quando un suo atleta migliora il personale, ma anche quando impara a riconoscere una giornata storta, a rinunciare a una gara, a modificare un obiettivo senza viverlo come un fallimento.

Perché non tutti devono correre una maratona. Non tutti devono migliorare ogni anno. Non tutti devono dimostrare di poter andare oltre i propri limiti.

E soprattutto non tutti hanno bisogno che qualcuno li convinca continuamente a superarli.

Forse il miglior allenatore non è quello che riesce a farti fare sempre di più. È quello che sa capire quando, per il tuo bene, è meglio fare di meno.

E allora mi piacerebbe chiedere a chi corre, ma anche a chi allena: quante volte abbiamo confuso la determinazione con l’ostinazione? E quante persone si sono allontanate dalla corsa non perché mancasse loro la volontà, ma perché qualcuno aveva trasformato un piacere in una continua prova da superare?

Perché alla fine c’è una cosa che dovremmo ricordare tutti: la corsa deve trovare posto nella nostra vita. Non prendersela tutta.

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso