Il giro della morte che diventa un inno alla vita

C’è un momento nella vita di ogni podista in cui il rapporto con la pista di atletica si trasforma in una complicata storia d’amore e odio.

La ami perché sai che ti fa bene. La odi perché sai quanto ti farà male.

Soprattutto quando il coach ti mette in tabella le ripetute sui 400 metri e tu, già al secondo giro, cominci a riconsiderare tutte le scelte fatte nella tua carriera sportiva. Compresa quella mattina di tanti anni fa in cui decidesti di andare a correre al parco sotto casa.

Perché 400 metri sembrano pochi soltanto a chi non li ha mai corsi sul serio.

Un giro di pista. Il famoso giro della morte.

Quello in cui parti convinto di essere ancora un atleta, ai 200 metri cominci a trattare con i tuoi polmoni e negli ultimi 100 prometti solennemente che dalla prossima settimana farai soltanto corsette lente, possibilmente in compagnia e con un buon bar lungo il percorso.

Eppure, mercoledì sera, allo Stadio Nando Martellini di Roma, quel giro della morte ha assunto un significato completamente diverso.

Per una volta non c’erano soltanto cronometri, tempi da rispettare e compagni di squadra da inseguire.

C’erano quattro persone per squadra, una staffetta mista 4×400 e soprattutto una ragione molto più importante di qualsiasi prestazione.

Gli amici di Piano ma Arriviamo hanno organizzato una serata di sport e solidarietà a sostegno della ricerca oncologica, nel mese dedicato alla sensibilizzazione sul tumore al seno.

Otto euro a partecipante, interamente destinati alla beneficenza. Una cifra piccola, un gesto concreto, un’occasione per ricordare quanto siano importanti la prevenzione, la diagnosi precoce e la ricerca.

Ed è stato bello ritrovarsi in pista proprio per questo.

Perché nella vita del podista medio le ripetute sono quasi sempre una faccenda personale. Una sfida contro il cronometro, contro la fatica, qualche volta contro il buon senso.

Mercoledì sera, invece, abbiamo corso per qualcosa che andava oltre noi stessi.

Ci siamo passati un testimone che, idealmente, portava con sé anche un messaggio: la salute non va data per scontata e la ricerca ha bisogno del sostegno di tutti.

E così, mentre affrontavo l’ennesimo giro di pista della mia vita, ho pensato che fosse davvero curioso chiamarlo giro della morte proprio nella serata in cui, grazie allo sport, volevamo celebrare la vita.

Alla fine i 400 metri sono rimasti sempre quelli. Terribili, interminabili, soprattutto nell’ultimo rettilineo.

Ma stavolta arrivare al traguardo non significava soltanto aver finito una ripetuta.

Significava aver partecipato a qualcosa di utile, insieme a tante persone che hanno scelto di esserci.

E comunque, per evitare equivoci, continuo a pensare che le ripetute in pista siano una delle più raffinate forme di tortura che il podista abbia volontariamente inventato.

Solo che stavolta il giro della morte era, finalmente, un bellissimo inno alla vita.

 

 

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso