Ho paura a risalire in bicicletta. Strano a dirsi, considerando che fino a qualche anno fa il ciclismo era la disciplina che meno mi preoccupava tra quelle del triathlon.
Da quando ho deciso di rifare il mezzo ironman all’Isola d’Elba sono cambiato io e sono cambiate le strade dove viviamo.
Ogni volta che penso di riprendere gli allenamenti sulle strade di Roma e provincia, mi rendo conto di quanto sia diventato rischioso.
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Non sono solo i ciclisti a essere in pericolo: le nostre strade sono un campo minato per tutti. Ma quello che più spaventa è la maleducazione generale.
Una bicicletta lanciata a 35 km/h percorre 50 metri in cinque secondi. Cinque secondi in cui tutto può succedere. Un’auto che si immette senza guardare, un pedone distratto, una portiera che si apre all’improvviso.
Nei paesi del Nord Europa, il ciclismo è parte della cultura quotidiana. Si chiama “bike to work”: andare al lavoro in bicicletta è la normalità, non un atto di coraggio. Qui, invece, il ciclista è percepito come un intralcio. Lo si insulta se occupa la carreggiata, lo si maledice se pedala con un compagno. Peggio ancora, il suo tempo spensierato sembra dar fastidio a chi, chiuso nell’abitacolo della propria auto, ha fretta di arrivare chissà dove.
Tra gli amici che si allenano è un bollettino costante di chi viene coinvolto in incidenti più o meno gravi dove solo la fortuna scongiura danni da cadute rovinose.
La bici da strada non va sul marciapiede: il piede è bloccato ai pedali, e il mezzo è trattato come un veicolo a tutti gli effetti.
Devi stare sulla carreggiata e rispettarla, ma il margine della strada spesso è dissestato, costellato di pozzanghere, tombini di drenaggio e griglie di depurazione. Basta una ruota che scivola in una di queste trappole per mettere il ciclista in pericolo.
Se vuoi evitarle, sei costretto a cambiare traiettoria. In quel momento, un clacson non aiuta nessuno: il ciclista si spaventa, e la distanza di sicurezza, che dovrebbe essere di almeno 1,5 metri, diventa inutile.
Ci sono automobilisti che comprendono la situazione e si comportano con responsabilità. Molti conducenti di autobus, ad esempio, sono veri professionisti. Uscire in gruppo aumenta la sicurezza, costringendo i veicoli a prestare maggiore attenzione.
Numeri che fanno paura
Nel 2024 sono stati 204 i ciclisti morti sulle strade italiane, secondo i dati preliminari dell’Osservatorio Sapidata-Asaps. Un numero che fa impressione: è come se ogni anno scomparisse un intero gruppo del Giro d’Italia. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto sono le regioni più colpite. I mesi più pericolosi? Luglio e agosto.
La maggior parte degli incidenti avviene per colpa di automobilisti distratti, ubriachi o sotto effetto di droghe. Le biciclette elettriche sono sempre più coinvolte in questi eventi tragici. E poi ci sono i casi assurdi: 16 episodi di pirateria stradale, cinque ciclisti morti per una portiera aperta senza guardare.
La strada deve cambiare
“Servono infrastrutture più sicure e più controlli”, dice Giordano Biserni, presidente Asaps. “Troppi ciclisti muoiono nelle strade urbane, investiti da autocarri o veicoli che poi fuggono”. Ma il problema non è solo di sicurezza stradale. È culturale.
Andare in bicicletta non dovrebbe essere un atto di sfida. E invece inforcare la bici è sentire l’adrenalina non per lo sforzo, ma per la paura. Roma e l’Italia intera devono scegliere: proteggere chi pedala o condannarlo a una battaglia continua per la sopravvivenza.
Andare in bicicletta è un nostro diritto. La prossima volta che ci vedi sulla strada, mettiti nei nostri panni. Se devi svoltare a destra, porta un po’ di pazienza: facci passare e rispetta la nostra velocità. Il rispetto salva vite.