lunedì, Agosto 17, 2026
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Dove finiscono le corsie e comincia il rispetto

La prima volta che metti un piede sul tartan, nessuno ti consegna un foglio.

C’è l’ovale. Le linee bianche. Un gruppo che sta facendo le ripetute. Un allenatore con il cronometro in mano. Qualcuno che si allaccia le scarpe proprio sulla linea del traguardo. E tu, con l’orologio che non sa ancora come misurare quattrocento metri.

La pista ha l’aria di un luogo semplice. Quattrocento metri, otto corsie, un senso di marcia. In realtà è una piccola società. Funziona soltanto se tutti accettano di non essere soli.

Non è scritto da nessuna parte. O quasi. Qualche impianto ha un regolamento appeso in bacheca. Molti no. Resta il buon senso. Quello che si impara guardando chi c’è già, e che tiene in piedi una serata di allenamento meglio di qualsiasi cartello.

In pista si corre in senso antiorario.

Sempre. Anche se l’anello sembra deserto. Anche se il GPS, per un attimo, ti chiede di fare il contrario. Le curve si prendono a sinistra. Chi arriva dall’altra direzione non è un originale: è un incidente che deve ancora accadere.

Se per riscaldamento o defaticamento qualcuno gira al contrario, lo fa sulle corsie più esterne, visibile, pronto a cedere. Mai controcorrente alla corda. Mai nel mezzo di una serata piena.

La prima corsia non è un privilegio. È uno strumento. Serve a chi sta facendo un lavoro, a chi sta andando forte, a chi ha bisogno di una misura vera. Chi si riscalda, chi cammina, chi recupera tra una ripetuta e l’altra, sta fuori. Sul pistino, se c’è. Sulle corsie alte, se non c’è.

Lasciare la corda libera non è un atto di umiltà. È il modo in cui una pista continua a funzionare.

La corsia, poi, non è tua. Non è di chi ha il pettorale più prestigioso, né di chi stasera gira sotto i tre minuti al chilometro. Nessuno ha la precedenza per talento, età o società di appartenenza.

È uno spazio comune. E uno spazio comune chiede una sola cosa: restare consapevoli degli altri.

Prima di attraversare la pista si guarda in entrambe le direzioni. Sempre. Come si farebbe su una strada. Perché in quarta corsia può arrivare un velocista che ha già messo la testa bassa, e a quella velocità quattrocento metri durano poco. Un passo nel momento sbagliato basta per far male a due persone.

Lo stesso vale quando si entra in corsia, quando si esce, quando si cambia linea. Non si taglia davanti a chi sta arrivando. Non si zigzaga. Non si “ruba” un metro credendo che l’altro abbia tempo di capire. In pista i metri si consumano in fretta. E le lesioni, quando arrivano, arrivano in due.

Le corsie sono per chi è in movimento.

Quando il lavoro finisce, si continua a camminare. Si guarda dietro la spalla. Poi si esce. Fermarsi di colpo in mezzo all’anello, anche solo per riprendere fiato, obbliga chi arriva a uno slalom che non ha chiesto. Conversazioni, settaggi del cronometro, ricerca del segnale GPS, foto del tartan al tramonto: tutto questo sta fuori. A bordo campo. Dietro il cordolo. Dove una frase può durare quanto serve, senza diventare un ostacolo.

Restare in pista il minimo necessario non è freddezza. È rispetto per chi, dietro di te, sta ancora correndo.

Il sorpasso è il momento in cui una pista mostra chi la abita.

Si passa all’esterno. Si avvisa. Un «pista» detto in tempo, senza urlare, senza teatralità, è sufficiente. Poi si rientra senza chiudere. Senza tagliare. Senza dimostrare niente.

Chi viene superato non deve sentirsi giudicato. Non deve allargarsi di scatto, non deve chiudere la linea per orgoglio, non deve accelerare per non farsi passare. Tiene la sua corsia. Lascia spazio. E va avanti.

Sorpassare con cura e farsi superare con grazia è la stessa regola, vista da due lati. L’una non funziona senza l’altra.

Correre appaiati, spalla a spalla, è un altro modo di occupare quello che non ci appartiene. Due corpi in parallelo diventano un muro. Tre diventano una processione. Se si parla, si parla in fila. Se si è un gruppo, ci si spezza. Si lascia un varco. Si ricorda che dietro, o dentro, c’è sempre qualcuno che deve passare.

La pista non è una stradina di campagna in cui si va a braccetto. È un anello stretto, frequentato, pieno di ritmi diversi. Occuparne la larghezza è il gesto più egoista che si possa fare senza accorgersene.

Le cuffie, in pista, sono una forma di assenza.

Fuori, sulla strada, già sono un rischio. Qui lo sono di più. Perché gli avvisi arrivano da dietro. Perché un «pista» non passa attraverso una playlist. Perché nel settore lanci non c’è volume che tenga, se un disco o un giavellotto prendono una traiettoria che non ti aspettavi.

Il campo di atletica non è soltanto un anello. Accanto alle corsie ci sono le pedane. Il salto in lungo. Il salto in alto. E poi il peso, il disco, il martello, il giavellotto. Zone in cui un oggetto vola più veloce di qualsiasi ripetuta. Avvicinarsi senza guardare, tagliare il prato interno mentre qualcuno lancia, fermarsi a chiacchierare vicino a una gabbia aperta: non è distrazione. È un modo per entrare in una storia che non vorresti raccontare.

Si passa lontano. Si guarda chi sta lanciando. Si aspetta. Si ricorda che quella pedana, per qualcuno, è la sua pista.

Vale anche per i più piccoli. I corsi di avviamento riempiono gli impianti nel tardo pomeriggio. I ragazzini conoscono le regole e le dimenticano nello stesso giro. Attraversano all’ultimo. Si fermano. Inseguono un pallone che prima o poi finisce in corsia. Non è colpa loro. È il motivo per cui chi corre da più tempo tiene gli occhi aperti anche per loro.

La borsa non si abbandona dove capita. Né le scarpe di ricambio, né la borraccia, né la felpa tolta dopo il riscaldamento. Si guarda dove l’hanno messa gli altri. Si imita. Si lascia libero il passaggio.

Gli attrezzi si usano e si rimettono a posto. Gli ostacolini, i coni, i blocchi. Una pista disordinata è una pista più pericolosa. E una pista più pericolosa smette di essere di tutti.

Non si sputa sul tartan. Non si lascia carta, nastro, gel, lacci spezzati. Non si occupa la linea del traguardo per raccontare com’è andata la serie. Il racconto può aspettare due metri più in là.

Poi c’è la regola che contiene tutte le altre.

Quando si è stanchi, la lucidità scende. I riflessi arrivano in ritardo. Vale per te. Vale per chi ti sta intorno. È il momento in cui si taglia senza volerlo, in cui non si sente chi arriva, in cui ci si ferma proprio lì, perché le gambe lo chiedono e la testa non fa in tempo a dire di no.

In pista non si stacca mai il cervello. Soprattutto quando il corpo vorrebbe farlo.

Ogni impianto ha i suoi orari, i suoi abbonamenti, i suoi silenzi riservati alle società, ai più giovani, a chi quella pista la vive tutti i giorni. Prima di entrare si chiede. Si guarda. Si capisce se si è ospiti, e ci si comporta di conseguenza.

Se un gruppo sta lavorando, non ci si attacca per dimostrare di tenere il ritmo. Si resta un passo indietro. Si diventa parte dello stesso respiro, non un problema da gestire.

Se la pista è vuota, allora sì: si può girare in prima corsia anche andando piano. Si può persino fermarsi a guardare il cielo sopra il traguardo. Il regolamento invisibile si allarga quando non c’è nessuno da rispettare.

Ma appena arriva un altro, la società ricomincia. Due persone bastano.

Le regole che nessuno ha scritto non servono a rendere la corsa più lenta. Servono a farla stare in piedi. A permettere che nello stesso anello convivano chi sta preparando i campionati e chi sta imparando a fare un giro senza guardare l’orologio. L’amatore delle sette di sera e il ragazzino che vola sui quattrocento. Chi lancia e chi corre. Chi sorpassa e chi si fa superare.

In pista non si corre da soli. Anche quando si gira in silenzio, anche quando si è nell’ultima corsia, anche quando si crede di non dare fastidio a nessuno.

Si corre insieme. O non si corre affatto.

Non è scritto da nessuna parte.

Eppure, quando funziona, si vede. Si sente. Si va più lontano.

Daniele Silvioli
Rappresento l’anima interiore e saggia di Storiecorrenti. Mi piace non apparire troppo, restare dietro le quinte a dipingere la scena e a suggerire le battute giuste. Aiuto a non divagare, a semplificare e a centrare l’obiettivo della comunicazione sportiva!