Ci sono gare che non scegli

A Cervia, mentre scrivo, il 70.3 è già finito. Da qualche parte ci sono i miei compagni di squadra che stanno rimettendo a posto le loro cose, guardando tempi, fotografie, medaglie. Qualcuno starà già raccontando la gara, qualcun altro starà semplicemente cercando di recuperare le gambe.

Io invece sono seduto sulla sedia della cucina.

Guardo le storie che arrivano dal telefono e leggo i messaggi degli amici che ieri erano lì, sulla linea di partenza.

Io no.

Domenica avrei dovuto esserci anch’io. Eppure, stranamente, non mi fa poi così male.

Cervia non era soltanto una gara. Era il punto finale di un anno intero passato a prepararla. Le levatacce, i chilometri, il nuoto, la bici, la corsa. Gli allenamenti che mi hanno fatto perdere il sonno e, qualche volta, anche la pazienza.

Era tutto quello che c’era prima di quella linea bianca. Perché una gara, come dico sempre, non è il giorno dello start.

La gara è tutta la strada che hai fatto per arrivare a quella linea immaginaria disegnata per terra.

E quella strada, comunque, nessuno me la può togliere. Poi però succede qualcosa. La vita cambia il programma all’improvviso.

In questi giorni ho pensato spesso a quello che ci dice Stefano La Cara quando parliamo di gare: durante ogni fase devi ricordarti che sei un privilegiato, perché puoi gareggiare in salute e vivere qualcosa di unico.

Avevo pensato che quella frase riguardasse il triathlon. Invece riguarda molto di più. Riguarda il fatto che possiamo fare progetti, preparare una gara, organizzare un viaggio, immaginare un fine settimana insieme alle persone che amiamo.

E improvvisamente ti accorgi che quello che fino a poche ore prima sembrava importantissimo può diventare secondario.

Non perché non conti più. Semplicemente perché c’è qualcosa che conta di più. Il nostro mondo sportivo, a pensarci bene, è soprattutto un modo molto serio di giocare a fare sport.

Spendiamo soldi, programmiamo viaggi, compriamo biciclette, contiamo chilometri, watt, tempi, frequenze cardiache. Ci alziamo quando gli altri dormono e andiamo a correre quando fuori fa freddo.

Facciamo tutto questo perché ci piace. Perché ci fa stare bene.

Perché, in qualche modo, giocare a fare sport ci tiene attaccati a una parte di noi che non vuole smettere di divertirsi. Ma il gioco funziona soltanto finché ci sono le condizioni per giocare.

Quando quelle condizioni vengono meno, il gioco si rompe. E allora una gara da 113 chilometri, per quanto preparata per mesi, torna ad essere quello che è: una gara.

Una cosa importante, certo. Ma pur sempre una cosa. Il pettorale passa. I soldi spesi passano. L’albergo passa. La trasferta passa. Anche il tempo che avrei fatto a Cervia, qualunque fosse stato, sarebbe già diventato un numero dentro un’applicazione.

Quello che invece non passa è il momento che stiamo vivendo adesso. In casa abbiamo un ragazzo che sta attraversando un momento complesso. E in questo momento la cosa più importante non è partire, nuotare, pedalare e correre.

È esserci. Stargli vicino. Parlargli. Ascoltarlo. Aiutarlo a capire quello che è successo e quello che succederà. Fargli sentire che, anche quando le cose si complicano, la famiglia rimane lì.

Forse è questo che significa davvero essere genitori. Capire quando è il momento di lasciar correre una gara e quando invece bisogna fermarsi.

Questa mattina, quindi, guardo Cervia dal telefono. Vedo partire le storie degli altri, leggo i messaggi, immagino il percorso, l’acqua, le biciclette, la corsa finale. E sono contento per loro.

Davvero.

Perché so cosa significa arrivare a quella domenica dopo un anno passato a prepararla. Avrei preferito farmi un mazzo tanto al 70.3, non c’è dubbio.

Ma ci sono gare alle quali non scegli di partecipare. Ti ci ritrovi dentro. Non hai preparato la bici, non hai studiato il percorso, non hai fatto la prova generale. Eppure devi partire lo stesso.

Solo che questa volta non devi arrivare prima degli altri. Devi semplicemente attraversare la linea.

Per te.

E per le persone che hai accanto.

Il resto può aspettare.

Anche Cervia.

Un compagno di squadra felice come un bambino
Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso