Eccoci alla partenza, assieme a più di 5000 partecipanti, alla Corsa dei Santi. Orbati della filante edizione da 19,5K (cancellazione della quale abbiamo discusso in altro momento) la versione “breve” – da 9,5K – prende l’avvio da Via della Conciliazione e, dopo il transito in Corso Vittorio Emanuele, il percorso punta verso Piazza Venezia per circumnavigare il Colosseo in senso antiorario, prima di scendere lungo Via dei Fori Imperiali e imboccare Via del Corso fino a Piazza del Popolo. Valicato il Tevere, troviamo Via Cola di Rienzo, Via Crescenzio e Via Cicerone, che ci portano dritti al “Palazzaccio” di Piazza Cavour. Un tragitto che definire “turistico” non offende nessuno, con un ultimo tratto, sulla parallela di Via della Conciliazione, per giungere all’arrivo, di fronte a casa di Leone XIV.
Qualche convenevole di rito (il Grande Oronzini, Ignazio, Paoletto, Enzino, il Battisti…) e condivisione della mattina con il Pugliese, fresco di approdo alla pensione, a parlar dei fatti della vita e delle preoccupazioni per la rispettiva prole. Tutto nel massimo della tranquillità fino alla comparsa di Sanda con una voce in grado di richiamare i defunti dal loro eterno riposo e con un suono – per le mie orecchie – molto prossimo a quello di un trapano da dentista. La pace, è il caso di dire, non è di questa terra.
Questa gara si caratterizza per l’adesione all’adagio “Prima si parte, prima si arriva”. Comporta una sveglia sul presto, accompagnati dal freddino che caratterizza – come deve essere – il termine dell’ottobrata romana, ma consente di rientrare alla base più o meno allo stesso orario di un qualsiasi allenamento domenicale. Il che non guasta affatto. Le criticità restano, negli anni, immutate: partenza caotica e lo stesso vale per l’arrivo, lasciando da parte entrare nel dettaglio. Un’occasione per coltivare la virtù della pazienza.
La Corsa dei Santi per me è sempre stata evocativa.
La sua strada si porta appresso il ricordo di quanti hanno un “nome” tra i più: quello di un Santo. Un essere d’oltremondo illuminato dalla luce divina e, così, ci piace ricordare le persone sotto l’egida di qualcuno che brillerà finché l’uomo calpesterà questa terra. Poi ci sono i fanti, i soldati che non devono pensare a nulla, tranne a combattere e a obbedire agli ordini.
Credo che, a ben vedere, come un pendolo oscilliamo tra questi due estremi: il Santo divenuto misura universale di sé stesso e un povero diavolo costretto a spingere l’ariete, sotto la pioggia di sassi, frecce e pece bollente, per fare breccia sul portone del castello assediato.
Questo spaccato d’altri tempi, in fondo, non è altro che lo specchio della nostra esistenza di poveri esseri umani. Una condizione che la corsa mette in evidenza con chiarezza.
Passiamo la vita a progettare la nostra futura “santità” o comunque un accesso al Regno dei cieli. Costruiamo cattedrali di buone intenzioni, proponiamo la versione migliore di noi stessi, cerchiamo un’illuminazione che ci sollevi dalla pesantezza della gravità. Quando programmiamo una gara, o quando pianifichiamo il nostro futuro (che, in un certo qual senso, si assomigliano molto), ci vediamo sempre lassù, tra i marmi del colonnato del Bernini, a guardare il mondo laggiù nella convinzione di avere tutto sotto controllo.
Ma è un’illusione. Bastano infatti i primi metri di corsa, o i primi imprevisti della giornata, per ricordarci che la stragrande maggioranza del nostro tempo non la passiamo da Santi, ma da fanti immersi nel fango. Fango nel fango, se solo tenessimo a mente la materia dalla quale deriviamo – secondo le Scritture – o che rimarrà di noi, una volta evaporata tutta l’acqua sporca.
Quando il fiato si fa corto durante le guerre, piccole o grandi, che la vita ci riserva, c’è solo un ordine al quale dobbiamo obbedire senza riserve: andare avanti. Continuare a spingere, anche quando il castello sembra inespugnabile. Forse noi cadremo, ma alla fine la breccia si aprirà. Qualcuno vincerà e qualcuno perderà. E si andrà comunque avanti.
Forse il paradosso sta proprio in un’esistenza tra gli estremi della nostra condizione. Siamo creature capaci di concepire l’assoluto, ma anche condannate a misurarci con la fragilità dei nostri limiti fisici ed emotivi.
Il senso vero della Corsa dei Santi – e di questa nostra vita da fanti – non sta quindi nel raggiungere una condizione divina o nel buttare giù quel portone. Sta nell’accettare che, alla fine, pur arrivando ridotti a poveri diavoli, sudati e doloranti, siamo tutti nel fango ma – come diceva qualcuno – alcuni di noi alzano il volto e guardano verso le stelle.
Siamo solo uomini mediocri, ma abbiamo il diritto di marciare come giganti. (Jean Lartéguy)
Le persone a cui si vuole bene non muoiono mai.


