Il 29 giugno scorso, mentre si allenava per una gara, Raed Nammouz, un medico di 35 anni è stato colpito da un arresto cardiaco improvviso lungo una strada del Vomero, a Napoli. A salvarlo una straordinaria catena di soccorsi. Il 18 ottobre sarà alla maratona di Napoli, ma questa volta non per correre.
Chi corre da tanti anni sa che durante un allenamento può succedere di tutto. Una caduta, una storta, un dolore improvviso, magari una giornata in cui le gambe non vogliono proprio saperne di andare avanti.
Poi ci sono gli imprevisti che nessuno mette in conto. Quelli che non hanno niente a che vedere con i chilometri percorsi, con la preparazione o con il cronometro.
Raed Nammouz medico specializzato in chirurgia generale, di origine palestinese, nato ad Haifa, ha studiato in Italia e ha scelto questo Paese per costruire il proprio futuro professionale.
Quel giorno correva lungo le strade del Vomero. Poco prima delle 20, in piazzetta Aniello Falcone, si è improvvisamente accasciato a terra.
Un arresto cardiaco.
Da quel momento, per lui, il tempo si è fermato. Per le persone che gli stavano intorno, invece, ha cominciato a correre molto più velocemente.
Perché ci sono situazioni in cui pochi minuti valgono una vita intera.
La fortuna, se così possiamo chiamarla, ha voluto che in quel momento, lungo quella strada, si trovassero alcune persone capaci di riconoscere la gravità della situazione e intervenire immediatamente.

Tra di loro c’era il Professore Torella Michele Cardiochirurgo, l’Anestesista Lo Passo Umberto (corso subito fuori con il DAE), Danilo che stava andando a lavorare e si è fermato da subito a dare una mano e ad aprire la strada. Lo specializzando in Ortopedia Luca. Professionisti che, per una coincidenza straordinaria, si sono ritrovati nello stesso posto, nello stesso momento.
Non erano lì per lavorare. Non si conoscevano necessariamente tra loro. Eppure, nel giro di pochi istanti, sono diventati una squadra.
Hanno iniziato le manovre di rianimazione cardiopolmonare, mentre qualcuno recuperava un defibrillatore nelle vicinanze e altri chiamavano i soccorsi.
Nessuno ha aspettato che intervenisse qualcun altro.
Quando è arrivata l’ambulanza, circa dieci minuti dopo la richiesta di intervento, quell’uomo aveva già ricevuto le prime cure indispensabili per tentare di salvargli la vita.
È stato trasportato d’urgenza all’ospedale Cardarelli, dove i medici hanno individuato un’occlusione dell’arteria interventricolare anteriore, trattata attraverso un’angioplastica.
Sono seguite 24 ore di intubazione, il ricovero in terapia intensiva cardiologica e una degenza complessiva di circa venti giorni.
Oggi Raed è vivo, sta recuperando e può raccontare quello che gli è successo.
Ma questa storia non finisce in ospedale.

Perché qualche giorno fa ha scritto agli organizzatori della gara per la quale si stava allenando.
Una mail che, a leggerla, racconta molto più di quanto probabilmente lui stesso immaginasse.
Non chiede un rimborso, non cerca una giustificazione per la mancata partecipazione e nemmeno un trattamento particolare.
Vuole semplicemente confermare che ci sarà.
Non potrà correre, naturalmente. Il recupero richiede tempo, prudenza e il rispetto delle indicazioni dei medici. Ma vuole comunque essere presente, ritirare la maglia e il materiale della manifestazione e condividere quella giornata con gli altri partecipanti.
Perché quella gara, preparata con tanta dedizione e interrotta da un evento che avrebbe potuto costargli la vita, oggi rappresenta qualcosa di diverso.
Non è più una questione di chilometri o di tempo finale.
È la possibilità di esserci.
E chi frequenta da anni il mondo delle corse sa bene quanto possa essere importante anche soltanto questo.
Ma nella sua lettera c’è soprattutto un’altra richiesta. Ed è quella che rende questa vicenda particolarmente interessante.

Da medico, pur non essendo specializzato nella rianimazione, conosce l’importanza di quanto è accaduto. Da atleta, ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi trovarsi improvvisamente dall’altra parte.
Per questo ha proposto agli organizzatori di utilizzare la manifestazione per promuovere la conoscenza delle manovre salvavita e l’utilizzo del defibrillatore.
Si è detto disponibile a raccontare la propria esperienza e a coinvolgere colleghi anestesisti-rianimatori per organizzare un momento informativo o dimostrativo all’interno del villaggio della gara.
Un’occasione per avvicinare i corridori, ma anche i cittadini, alla cultura del BLSD, ovvero le manovre di rianimazione cardiopolmonare e l’utilizzo del defibrillatore.
Un argomento del quale nel nostro ambiente si parla ancora troppo poco.
Siamo capaci di discutere per ore della scelta delle scarpe, dei programmi di allenamento, delle tabelle, degli integratori e delle visite medico-sportive. Conosciamo a memoria i nostri battiti cardiaci durante una ripetuta e sappiamo interpretare ogni variazione registrata dall’orologio.
Ma quanti di noi saprebbero riconoscere un arresto cardiaco e intervenire correttamente in attesa dell’ambulanza?
Quanti hanno frequentato un corso BLSD?
E quanti sanno dove si trova il defibrillatore più vicino al luogo in cui si allenano abitualmente?
Non sono domande retoriche. Sono questioni che riguardano tutti, indipendentemente dall’età, dall’esperienza sportiva e dal livello di preparazione.
Perché essere allenati non significa essere immuni da un’emergenza cardiaca. E perché, quando accade qualcosa di grave, la differenza può farla anche una persona che si trova casualmente a passare lungo la strada.
Naturalmente, nella vicenda del Vomero, la presenza contemporanea di tanti professionisti sanitari ha rappresentato una circostanza eccezionale.
Ma il punto è proprio questo: non possiamo affidare la possibilità di sopravvivere a un arresto cardiaco soltanto alla fortuna di incontrare cinque medici durante un allenamento.
La formazione dei cittadini, la disponibilità dei defibrillatori e la capacità di attivare rapidamente i soccorsi sono elementi fondamentali di quella che viene chiamata catena della sopravvivenza.
E le manifestazioni sportive, che ogni fine settimana raccolgono migliaia di persone nelle nostre città, potrebbero diventare luoghi privilegiati per diffondere queste conoscenze.
Non servono necessariamente grandi iniziative. A volte basterebbe dedicare uno spazio del villaggio gara a una dimostrazione pratica, coinvolgere associazioni e personale qualificato, permettere ai partecipanti di avvicinarsi a strumenti e procedure che potrebbero tornare utili in qualsiasi momento della vita quotidiana.
Sarebbe un modo concreto per restituire allo sport anche una funzione sociale che troppo spesso viene sacrificata sull’altare delle classifiche e dei numeri degli iscritti.
Il prossimo 18 ottobre, alla maratona di Napoli, ci sarà dunque un atleta che non prenderà il via.
La sua proposta verrà accolta dagli organizzatori, perché è un’occasione importante per trasformare una vicenda personale in un messaggio utile a tutti.
Guarderà gli altri corridori partire con quella voglia di esserci che conosciamo bene, soprattutto quando siamo costretti a rimanere fermi.
Magari gli dispiacerà non poter indossare il pettorale, non sentire il rumore delle scarpe sull’asfalto, non attraversare il traguardo per il quale si era allenato.
Ma avrà davanti a sé una prospettiva che fino a qualche mese fa non era affatto scontata: poter tornare, un giorno, a correre.
E soprattutto avrà la possibilità di ringraziare, attraverso la propria testimonianza, quelle persone che il 29 giugno hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte.
In fondo, nel mondo della corsa parliamo continuamente di solidarietà. Ci aiutiamo durante le gare, condividiamo acqua e fatica, aspettiamo chi rimane indietro.
Quella sera, lungo una strada del Vomero, la solidarietà ha assunto un significato molto più concreto.
Non c’erano medaglie da conquistare, fotografie da pubblicare o classifiche da aggiornare.
C’erano alcune persone che sapevano cosa fare e lo hanno fatto.
E un uomo che oggi può ancora raccontarlo.
Forse è questo il traguardo più importante di tutta la storia.



