Da qualche tempo, parlando con persone che frequentano da anni i gruppi podistici romani, torna fuori una considerazione che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata piuttosto strana: alcuni grandi gruppi stanno pensando di ridimensionare la propria attività agonistica.
Non perché siano finiti i podisti o perché la gente abbia smesso di correre. Anzi. È che alle gare arrivano sempre meno persone rispetto al passato e diventa difficile sostenere una struttura costruita intorno alla partecipazione domenicale, al campionato sociale, alle classifiche interne.
C’è chi pensa quindi di concentrare sempre più energie sull’organizzazione delle gare, dove oggi sembrano esserci maggiori possibilità economiche, lasciando progressivamente sullo sfondo quella che per decenni è stata la ragione stessa dell’esistenza di un gruppo podistico: portare i propri iscritti a correre le gare.
È un cambiamento che non riguarda soltanto i bilanci o il numero dei pettorali. Racconta qualcosa di più grande: sta cambiando il modo in cui le persone si avvicinano alla corsa, si allenano e soprattutto scelgono di stare insieme.
E forse è proprio qui che comincia la parte interessante della storia.
Una cosa sulla quale vale la pena riflettere è che il concetto di club podistico vecchia maniera non sta più in piedi.
Non è una questione di età, ma di modello. Il ricambio generazionale è già cominciato. I podisti che hanno costruito i gruppi degli anni Ottanta, Novanta e Duemila stanno inevitabilmente invecchiando. Alcuni continuano a correre, altri hanno rallentato, altri ancora hanno smesso.
Nel frattempo sono arrivati i Run Club e tutti quelli delle loro generazioni che li animano.
E noi, volendo essere onesti, non li governeremo mai. Ma forse non è neppure questo il problema.
Il punto è che manca ancora una nuova classe di dirigenti sportivi capace di interpretare questo cambiamento e costruire intorno alle nuove generazioni un’organizzazione diversa da quella che abbiamo conosciuto noi.
Perché i ragazzi non hanno necessariamente meno voglia di stare insieme.
Hanno meno voglia di stare insieme come stavamo insieme noi.
Una volta erano le gare il grande luogo d’incontro del podismo. Si aspettava il calendario, si sceglievano le gare, si cercava di mettere insieme più presenze possibili per il campionato sociale.
Oggi, per molti, il momento più importante della settimana può essere il martedì sera, quando ci si ritrova a correre senza cronometro, oppure il giovedì, quando si prova un percorso nuovo, oppure il sabato mattina, quando si finisce a fare colazione tutti insieme.
Nessuno prende un premio. Nessuno entra in classifica. Nessuno deve dimostrare niente a nessuno.
E forse è proprio questo il punto.
La corsa sta tornando ad essere, per una parte crescente dei praticanti, un’attività sociale prima ancora che agonistica.
Ci sono allenamenti in luoghi diversi, appuntamenti durante tutta la settimana, attività complementari, momenti conviviali, iniziative che assomigliano quasi al calendario di una palestra: oggi corri, domani fai un’attività diversa, poi ci si ritrova per un’altra esperienza.
La corsa rimane il centro. Ma intorno alla corsa c’è tutto il resto.
Ed è proprio quel resto che costruisce appartenenza.
Anche il cosiddetto terzo tempo, dal più semplice al più organizzato, diventa parte del progetto. Non è un premio dopo l’allenamento. È uno degli strumenti attraverso i quali un gruppo trasforma un appuntamento sportivo in una relazione.
E i social, in questo modello, non servono soltanto a pubblicare la foto dell’arrivo o la classifica della domenica. Servono a raccontare quello che succede durante la settimana e, soprattutto, a far vedere a chi sta fuori che dentro quel gruppo c’è qualcosa che potrebbe interessargli.
Forse è anche per questo che alcuni dei nuovi gruppi romani riescono a crescere senza avere necessariamente una lunga storia alle spalle.
Non vendono soltanto chilometri. Vendono, se vogliamo usare una parola che nel running non mi è mai piaciuta troppo, un’esperienza.
E qui torniamo alle gare.
Le gare tradizionali, quelle costruite intorno alla semplice equazione iscrizione-pettorale-pacco gara-classifica-premio, probabilmente stanno attraversando una fase di difficoltà.
I numeri di molte manifestazioni raccontano un mercato diverso da quello di qualche anno fa. E quando il numero degli iscritti scende, diventa sempre più difficile sostenere una manifestazione soltanto sulla forza della competizione.
A meno che non si torni a fare quello che ha funzionato per molto tempo: attirare il podista con un pacco gara importante, con premi di categoria interessanti, con qualcosa che dia un motivo concreto per spendere soldi e andare quella domenica proprio lì.
Ma questo discorso non vale per le gare che sono diventate grandi eventi.
Lì è successo qualcosa di diverso.
La gara è diventata una parte dell’evento. E non necessariamente la più importante.
Una grande manifestazione oggi può essere una città coinvolta, un villaggio, musica, sponsor, charity, turismo, famiglie, contenuti, socialità, merchandising, incontri, esperienze.
La corsa è dentro tutto questo. Non è più necessariamente tutto questo.
Forse allora il vero cambio di paradigma è qui.
Il vecchio gruppo podistico aveva bisogno della gara per esistere. Il nuovo gruppo potrebbe avere bisogno della comunità per dare un senso alle gare.
Sono due cose molto diverse.
E forse spiegano anche perché alcune società stanno pensando di fare meno attività agonistica e più organizzazione di eventi, mentre contemporaneamente nascono gruppi che non hanno quasi bisogno della gara per aggregare decine di persone.
Non è detto che una cosa debba sostituire l’altra.
Anzi.
Il futuro potrebbe essere proprio nella capacità di tenere insieme le due dimensioni: la competizione per chi la cerca, l’allenamento per chi vuole migliorare, la socialità per chi vuole stare con gli altri e una serie di esperienze capaci di portare dentro il gruppo persone che non si sarebbero mai iscritte a un vecchio club podistico.
La domanda, allora, non è se il gruppo podistico sia morto.
È capire che cosa vogliamo chiamare gruppo podistico nei prossimi dieci anni.
Perché forse il problema non è che le nuove generazioni non vogliono più correre insieme.
Forse siamo noi che continuiamo a proporre loro un modo di stare insieme che appartiene a un’altra stagione della corsa.


