La lavagna che diventa un passaporto

Non pensavo che una lavagna potesse assomigliare a un passaporto. L’ho capito oggi, entrando in una stanza del CPA – Centro di Pronta Accoglienza di via dei Colombi, a Torre Maura.

Sono qui per il mio nuovo lavoro nella raccolta fondi di Spes contra spem. In queste prime settimane sto conoscendo i servizi della cooperativa, gli operatori, i responsabili e soprattutto i luoghi dove ogni giorno succedono le cose che poi, da fuori, chiamiamo semplicemente “accoglienza”.

In una stanza c’era una grande lavagna.

Era piena di parole scritte durante una lezione di italiano per ragazzi stranieri: “Quanti anni hai?”, “Che ore sono?”, “Da dove vieni?”. Parole sul cibo, sulle ricette, sulle cose che servono per vivere una giornata normale.

Mi sono fermato a leggerle.

E ho pensato che quella lavagna fosse una specie di passaporto. Non per viaggiare, ma per restare.

Perché noi, quando arriviamo in un Paese straniero, magari ci arrangiamo con il telefono, un traduttore, qualche parola d’inglese. Ma provate a immaginare di avere 15 o 16 anni, di essere arrivati dall’altra parte del mondo senza la famiglia, senza conoscere la lingua e senza sapere come funziona quasi niente.

Anche comprare un litro di latte può diventare un’impresa.

Qui ci sono ragazzi italiani e minori stranieri non accompagnati, tra i 14 e i 17 anni. Vengono accolti e accompagnati per imparare la lingua, conoscere i propri diritti, orientarsi tra regole e documenti e, soprattutto, conquistare un pezzo alla volta quella normalità che per noi è quasi invisibile.

Una parola imparata oggi può servire domani per chiedere qualcosa.

Una persona incontrata può servire per sentirsi meno soli.

Un’ora trascorsa insieme può diventare semplicemente un’ora normale della propria vita.

È questo che mi sta facendo capire il mio nuovo lavoro: dietro ogni progetto da finanziare ci sono persone precise, bisogni concreti e spesso cose molto semplici che possono cambiare la qualità di una giornata.

E forse è anche per questo che il volontariato non è soltanto “dare”.

A volte è esserci.

Se volete capire cosa si può fare, quanto tempo serve, quali competenze possono essere utili o anche soltanto conoscere meglio questa realtà, scrivetemi.

Perché continuo a credere in una cosa che può sembrare egoista, ma per me non lo è affatto:

mi faccio del bene facendo del bene.

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso