Le matite spezzate, le gambe che corrono

Ci sono storie che lo sport non può permettersi di dimenticare.

Non perché lo sport debba diventare qualcosa di diverso da quello che è, ma perché a volte basta una corsa per ricordarci che la libertà non è un concetto astratto. È una cosa concreta. È poter uscire di casa, incontrare altre persone, scrivere quello che si pensa, manifestare, studiare, correre.

Il 16 settembre 1976, a La Plata, tutto questo poteva diventare una colpa.

La Noche de los Lápices, la notte delle matite spezzate, racconta il sequestro di alcuni studenti delle scuole superiori argentini. Ragazzi che avevano protestato, tra le altre cose, per ottenere il boleto estudiantil, una riduzione del costo dei trasporti per gli studenti. Dopo il colpo di Stato del marzo 1976, la dittatura militare trasformò il dissenso in un reato e la repressione entrò nelle scuole, nelle università, nelle case.

Cinquant’anni dopo, il film di Héctor Olivera, La notte delle matite spezzate, è tornato a Roma, al Nuovo Cinema Aquila.

Una scena trata dal film

Ma forse il film, da solo, non basta.

Perché dopo aver visto quei ragazzi portati via, torturati, fatti sparire, rimane una domanda molto più semplice e molto più difficile: cosa facciamo noi della memoria quando la storia torna a bussare alla porta?

A raccontare quella notte c’era anche Pablo Díaz, uno dei ragazzi sequestrati e l’unico sopravvissuto tra gli studenti protagonisti di quella vicenda. La sua testimonianza ha dato un volto e una voce a una storia che rischierebbe altrimenti di diventare soltanto una pagina di un libro di storia.

Ed è qui che, almeno per me, torna Miguel.

Miguel Benancio Sánchez era un podista e un poeta argentino. Fu sequestrato l’8 gennaio 1978, a 25 anni, e da allora è uno dei desaparecidos della dittatura argentina. A Roma, dal 2000, migliaia di persone corrono ogni anno nel suo nome.

La cosa che continua a colpirmi della Corsa di Miguel è che, alla fine, non serve essere d’accordo su nulla per correre.

Si parte insieme.

miguel sanchez
Miguel Sanchez premiato dopo una gara

Uno va forte, uno piano. Qualcuno prepara una maratona, qualcuno arriva alla fine dei dieci chilometri pensando soltanto che non avrebbe mai creduto di farcela. Ci sono agonisti, famiglie, ragazzi, persone che corrono per la prima volta.

E in mezzo a tutto questo c’è il nome di un ragazzo che non poté più correre.

È una contraddizione bellissima e terribile.

Perché Miguel è stato fatto sparire da una dittatura, mentre noi possiamo ancora indossare un pettorale e correre per ricordarlo.

Per questo credo che il valore della Corsa di Miguel non sia soltanto nella memoria di un atleta. È nel gesto collettivo di migliaia di persone che, correndo, affermano una cosa elementare: nessuno dovrebbe avere il potere di decidere chi può parlare, chi può manifestare, chi può scrivere, chi può correre e chi invece deve sparire.

Non è una frase del passato.

È una frase del presente.

Perché mentre ricordiamo i desaparecidos argentini, in diverse parti del mondo intere popolazioni continuano a vivere sotto guerre, repressioni, autoritarismi e sistemi di potere nei quali la libertà individuale viene sacrificata alla forza, all’obbedienza e alla paura.

E allora forse vale la pena smettere, almeno per un momento, di considerare la memoria come una cerimonia.

La memoria è una responsabilità. Pablo Díaz ha potuto raccontare quella notte perché è sopravvissuto.

Miguel non ha potuto raccontare la propria. Lo facciamo noi.

E forse è questo il senso più profondo di una corsa che porta ancora il suo nome: trasformare la memoria di un uomo che non c’è più nel movimento di migliaia di persone che ci sono.

Correre non cambia il mondo.

Ma poter correre liberamente, insieme agli altri, è una delle piccole cose che ci ricordano perché vale la pena difenderlo.

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso