Qualche giorno fa un amico mi ha scritto una cosa che mi è rimasta in testa.
Mi ha detto, più o meno: «Sarebbe carino chiedere a qualcuno che ha vissuto la transizione tra quando si correva e non c’erano i social e oggi. Uno che abbia visto com’è cambiato il modo di correre».
Gli ho risposto che, forse, quella persona ce l’aveva già davanti.
Sono io.
Ho iniziato a correre quando non c’erano Strava, Garmin, gruppi WhatsApp e Instagram. Quando per sapere se avevi corso bene bastava guardare il cronometro, se lo avevi. Altrimenti ti affidavi alle gambe e a quella sensazione difficile da spiegare che ti rimaneva addosso dopo un allenamento fatto bene.
Le gare si trovavano sulle riviste, sui volantini, nei negozi di articoli sportivi. Gli appuntamenti si prendevano al telefono o direttamente di persona.
“Ci vediamo domenica alle otto.”
E finiva lì.
Nessuna posizione condivisa. Nessun gruppo da silenziare. Nessuno che alle 7.43 scriveva “dove siete?”.
E soprattutto non c’era nessuno a cui mostrare che avevi corso.
Un allenamento rimaneva quasi sempre una cosa privata. Dieci chilometri erano dieci chilometri. Un personale era un numero scritto magari su un’agenda. Una maratona diventava un racconto da fare agli amici, non una fotografia da pubblicare appena tagliato il traguardo.
Poi è arrivato tutto il resto.
Prima i forum, poi i blog, Facebook, gli smartphone, le app, il GPS, Strava. E la corsa ha iniziato a lasciare una traccia anche fuori dalla strada.

Oggi sappiamo quanti chilometri abbiamo fatto, a quale ritmo, con quale dislivello, dove abbiamo rallentato e dove abbiamo accelerato. Possiamo vedere chi ha corso con noi e, soprattutto, possiamo raccontarlo a tutti.
La corsa è diventata anche socialità, appartenenza, contenuto.
E io sono passato attraverso tutto questo. Per questo non riesco a guardare il running di prima con nostalgia e quello di oggi con sufficienza.
Ci sono cose che abbiamo guadagnato e altre che forse abbiamo perso.

Abbiamo trovato persone che senza i social probabilmente non avremmo mai incontrato. Abbiamo costruito gruppi, comunità, amicizie. Abbiamo reso la corsa più visibile e più facile da condividere.
Ma abbiamo anche trasformato ogni uscita in qualcosa che può essere misurato, registrato, confrontato e mostrato.
E allora torno alla domanda del mio amico.
Quando abbiamo smesso semplicemente di andare a correre e abbiamo iniziato anche a raccontare che stavamo correndo?
Io quel passaggio l’ho vissuto.
Forse vale la pena fermarsi un attimo e ricordare com’era la corsa quando, per raccontarla, dovevi prima tornare a casa.



