lunedì, Maggio 4, 2026
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Wadi Rum Full Moon Ultra Marathon dove il deserto unisce, la guerra divide

Il primo maggio, nel silenzio potente del deserto giordano, si è corsa la Wadi Rum Full Moon Ultra Marathon. Una gara che conosciamo bene: lo scorso anno eravamo lì, cinquanta italiani guidati dall’ASD SABAUDIA ATHLETIC CLUB, immersi in un paesaggio che toglie il fiato e in un’organizzazione impeccabile. Dietro quell’evento c’è gente seria, professionisti legati a uno dei pochi, veri punti di riferimento per il trekking ad Amman. Persone che sanno cosa significa responsabilità, che non metterebbero mai a rischio la vita di chi partecipa, che costruiscono occasioni di sport e incontro in una terra straordinaria come la Giordania.

Ed è proprio questo che oggi rende tutto più insopportabile.

Perché mentre scorrono le immagini dell’edizione 2026, mentre si vedono correre atleti libanesi, palestinesi, uomini e donne della penisola arabica, quello che salta agli occhi è l’assenza. Pochissimi europei, quasi nessuno. Una sola testimonianza italiana. Un vuoto che pesa più del caldo del deserto.

È il segno evidente di un mondo che si sta spaccando. Come un foglio strappato male: i bordi non combaciano più, i margini restano lontani, inconciliabili.

Noi, solo un anno fa, eravamo lì. In un contesto già fragile, già attraversato da tensioni, ma dove esistevano ancora le condizioni per partire, arrivare, correre. Oggi quelle condizioni si stanno dissolvendo sotto il peso di una guerra che non è più solo “complessa”: è devastante, sistematica, disumana. Da oltre due anni, nella regione tra Libano e Palestina, si consuma una violenza che ha superato ogni soglia di tollerabilità.

E mentre qualcuno continua a parlare di strategie, equilibri, geopolitica, la realtà è molto più semplice e molto più brutale: c’è chi costruisce e chi distrugge. Chi organizza una maratona nel deserto, garantendo sicurezza, accoglienza, bellezza. E chi invece semina morte, paura, isolamento.

Due mondi.

Da una parte volti che sorridono nonostante tutto, che trovano nello sport un modo per resistere, per restare umani. Dall’altra, un’umanità che sembra aver smarrito ogni misura, ogni limite, ogni coscienza.

Lo sport, da solo, non basta più. Non quando i cieli si svuotano di voli, quando attraversare un confine diventa un rischio, quando la paura prende il posto del desiderio. Correre, in queste condizioni, diventa quasi un atto simbolico. Resistenza, sì. Ma anche testimonianza di quanto poco basti a spezzare ciò che dovrebbe unire.

Chi era a Wadi Rum quest’anno ha corso anche per chi non c’era. Per chi avrebbe voluto esserci ma non ha potuto. Per chi, semplicemente, oggi non può più permettersi di credere che il mondo sia ancora un posto attraversabile.

E questo, più della fatica, più dei chilometri, è il dato che resta.

Correre nel deserto

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso