domenica, Aprile 19, 2026

Legs

Quel giorno, il rumore del vento tra i grattacieli di vetro era l’unico suono che Elara riusciva a isolare dal frastuono degli oltre diecimila partecipanti.

Il chilometro 38 era sempre stato il più duro: l’asfalto sembrava liquefarsi sotto il sole di mezzogiorno. L’aria aveva un sapore a metà tra il sudore provocato dagli integratori ed i microgranuli di polvere urbanain sospensione.

Non fermarti proprio ora. Continuava a ripetersi. Più facile a pensarsi che a farsi. Nonostante la fatica, andava avanti. Non si p fare altro.

Il ritmo dei suoi passi era metodico, quasi ipnotico. Ma a ogni impatto sul suolo, la mente scivolava indietro, lontano da quella maratona celebrativa. Rivide, in un attimo, la pianura di cenere durante la ritirata dal Settore 4.

Un passo dopo l’altro. Ancora. Andare avanti.

Ricordò lodore di ozono e di carne bruciata, il sibilo dei proiettili al plasma che fendevano l’aria pesante. Sentì il peso del commilitone che trascinava sulle spalle, il fumo nero che oscurava il cielo e il bagliore accecante della granata a frammentazione che aveva posto fine alla carriera militare e forse anche alla vita del compagno. Occorreva rientrare e in fretta.

È ora di andare in progressione. Elara strinse i denti, accelerando. Sentiva il sangue affluire più velocemente di quanto il biotracker, al suo polso, rappresentasse nelle scale colorate delle variabili disponibili. Aveva preferito correre senza attivare la funzione “cardio”.

Il dolore che provavano gli altri corridori i tendini doloranti, i crampi ai polpacci, le ginocchia che cedevano, le vesciche sanguinanti per lei, ora, era solo un concetto astratto, un ricordo ormai quasi sbiadito.

Superò l’ultimo cavalcavia, poi una larga curva a destra, infine l’ultimo rettilineo. In lontananza immaginava il gonfiabile. Non lo vedeva ancora, ma sapeva che era lì in fondo.

42. Ancora un ultimo sforzo. La folla esplose in un boato mentre lei tagliava il traguardo, fermando il cronometro su un tempo sovrumano: 1:01:27. Niente male. Davvero.

Mentre gli addetti, con le loro belle uniformi fluo, le si avvicinavano con una coperta termica, Elara si sedette a terra con un sospiro di sollievo. Con un gesto naturale, fece scattare le due valvole termomagnetiche poste allaltezza delle cosce. Con un sibilo di sfiato pneumatico appena udibile, il sistema tornò al suo settaggio “normale”.

Le due gambe erano eleganti strutture in ossicilattato di titanio Ti-Poly 14 rivestite in Lexan-G a memoria di forma. Guardò le sue gambe artificiali, sporche di polvere e gloria, e sorrise: la guerra le aveva tolto una parte di sé, ma la tecnologia le aveva donato un intero mondo da percorrere. Non si sarebbe mai fermata.

Prima parte di un racconto di cui uscirà la seconda martedì 17 (mattina)

[Dedicato a Fabrizio Molto liberamente ispirato da L.B. Kremo, Wandercity, in M. Passarello (a cura di), Tecnologie del futuro, Milano, 2025, p. 109 ss.]

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.