La domenica, quando non ci son gare degne di nota (ché il podista è diventato un buongustaio anche taccagno), ci si allena per poter dare un senso compiuto all’aperitivo rinforzato che giustifica il peso maturato. Ultimamente – con il Comandante – si siamo attestati sulla distanza di 15K.
O meglio, credevo che la distanza canonica fosse i “classici” 10 chilometri. Ma, a causa della sua insana dimensione, ormai consolidata, di rinomato “pacer” (alla RUM ed alla Maratona di Roma, tanti, prostrati, a salutarlo e ringraziarlo deferenti) deve pur ripagare questo privilegiato “grado”.
Sicché, una mattina – di soppiatto – decide (alla sua unanimità) che 10 son troppo esigui.. E lo stabilisce quando avevo deciso, da parte mia, che era troppo tardi per transitare lungo Via del Corso e che la corsetta l’avremmo misurata su Via di Prenestina.
Mal incolse l’incauto decisore (cioè il sottoscritto), poiché 15 chilometri su questa strada significa arrivare fino a Viale Palmiro Togliatti e sputare il sangue lungo una serie di “colline”, finendo, al ritorno, con due chilometri “secchi” in salita.
Ormai in ballo, occorreva muovere le gambe, solleticandole con le cibarie che avrei cucinato – nel tempo della doccia – per accompagnare un paio di birre da sequestro immediato della patente (e del mezzo di trasporto).
Discettavamo su quanto il cervello (umano) non sia così sofisticato come crediamo. Nonostante la sua indubbia complessità strutturale, sono certo di avervi già fatto presente che può essere ingannato con facilità, soprattutto quando si fa riferimento ad eventi incisi nella memoria.
Mi spiego meglio. Normalmente noi facciamo – come detto 10K – andando da San Giovanni a Piazza del Popolo e ritorno. Per farne 15 non funziona “allungare” su Via Flaminia (che è una vera e propria martellata sugli attributi) ma basta fare 5 chilometri prima di imboccare il percorso consueto. Il cervello ricorda quest’ultima parte (ed omette la prima). Ed il gioco è fatto.
Peccato che la Prenestina non è mai stata memorizzata sui 15K, donde l’abbiamo sofferta da cani. Il richiamo pavloviano dell’aperitivo ha funzionato così così, dato che anche con le distanze brevi costituiva agognato premio. Soffrire di più, per giunta in salita, è stato il frutto di una incauta colleganza di decisioni sbagliate delle quali, tuttavia, da uomini “di parola” bisognava prendere atto. E, virilmente, tirare il collo… arrancando lungo la via di casa. Accidenti a me.





