Anonima mano della Redazione stigmatizza il vezzo, nel mondo del podismo, di parlarsi (e scriversi) addosso.
In effetti c’è del vero nel rappresentare i luoghi comuni, alternando i toni e le intonazioni. Ora, grande afflato sul conseguimento del “personale”, inteso quale raggiungimento di un “riconoscimento” al valore di un essere umano migliore di altri suoi simili (podisti) e distante anni luce dal pantofolaio che ignora perfino il significato dell’espressione “personal best” (e, detto tra noi, vive bene ugualmente).
Dopo qualche giorno, l’esatto contrario. Che importa del “personale”? Basta divertirsi e derive del genere, ad esemplificare la raggiunta “pace” con sé stessi ed anche con gli altri.
Forse c’è pure la via di mezzo: se son bravo, guai a non celebrare il personale; quando “gira male”, la subitanea trasformazione nel burattino collodiano del “basta divertirsi”.
Anche Manzoni si espresse, nei suoi “Promessi sposi”, su questa natura dell’uomo, prendendo ad esempio “Que’ prudenti che s’adombrano delle virtù come de’ vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi.”
Siam fatti così. Viviamo – per fortuna – immersi in un “sociale” (che non è affatto sinonimo di social) costituito anche, in una certa quota più o meno variabile, da persone con le quali siamo accomunati da una passione comune.
Ovviamente, la passione comune è alimentata da un insieme di comunicazioni, di dialoghi che ruotano intorno alla passione. Pure utilizzando un insieme di termini ignoti a chi non fa parte della nostra cerchia, tanto per segnarne uno sdegnoso distacco. È, quindi, del tutto fisiologica la circostanza di parlarci addosso in ogni senso possibile, come facciamo noi, novelli mastri bottai che, assieme al colpo al cerchio ed a quello alla botte, la riempiamo di vino o di aceto. Non può essere diversamente.




