Quante storie 2021: Il salto

Oggi si salta.

Dicono sia un tuffo di 100 metri. Il corpo è pronto, la testa no.

Dicono che molti di quelli che arrivano al cospetto del ponte lo guardano e se ne vanno, rinunciano, la razionalità che vince sulla follia.

Faccio colazione, ho bisogno di calorie.

Dicono che molti di quelli che non rinunciano subito, lo fanno dopo. Salgono, guardano giù e dicono no grazie.

Spero di non essere uno di questi, ma di trovare il coraggio nascosto in qualche tasca.

Dicono che alcuni arrivano a un centimetro dal salto, contano fino a tre e poi crollano. Il cervello non riesce a dare il comando e le gambe e si impallano.

Salgo sul ponte lungo una scaletta metallica verticale, assicurato con i moschettoni; è un’ascesa mistica su un dolmen immenso, monolite sacro, ricettacolo delle mie paure. Non voglio stare nel gruppo di coda, l’attesa mi ucciderebbe, ma non desidero neppure aprire la fila, perché voglio vedere in cosa mi sto imbattendo ed ho bisogno di una cavia, di un altro essere umano che salti prima di me, per capire qual è l’effetto di un corpo che precipita.

Avverto un soffio d’aria.

“L’hai sentito?”

Mi dice il tizio che mi precede nell’ascesa.

Era il primo. Un corpo, senza urla, senza niente, solo l’attrito dell’aria e nessun altro rumore.

Il secondo mentre cade grida, riportandomi alla realtà, restituendomi la concretezza di quello che sto facendo.

Il terzo rinuncia, il quarto mi strizza l’occhio e dice “ci vediamo giù”, prima di sparire risucchiato dal nulla.

Pare io sia il prossimo. Aumenta la tensione. Sento i tendini che scricchiolano, le mani che sudano, la bocca impastata. E se il tipo che mi deve legare si distrae e dimentica un nodo essenziale?

Se qualcosa va storto per riempire la bara basterà un cucchiaino.

L’idea del mio corpo che diventa una frittata sul terreno viene cancellata dall’immagine di mia madre che apprende la notizia che suo figlio si è suicidato, perché alla fine di questo si tratta, di un tentativo di suicidio.

Sono imbragato, è ora.

Prego che la corda faccia bene il suo sporco lavoro.

Guardo, giù, guardo avanti, respiro, prego, conto. 1, 2, 3…giù.

Il balzo della fede, o della pazzia. Sotto i miei piedi non c’è nulla, vivere o morire, testa o croce. Un impercettibile lasso di tempo in cui ti sembra di galleggiare, in cui il corpo non ha ancora capito che non c’è sostegno e la forza di gravità non si è ancora attivata.

Poi vado giù, di sasso, come un missile, un proiettile in accelerazione. Il mio involucro esterno è già 10 metri più giù, ma i miei organi interni li sento ancora tutti sulla pedana, vengo scisso.

Il dentro e il fuori si separano.

Non dura più di 4 secondi, ma sono un’eternità.

Poi lo strattone, improvviso, salvifico e una mano invisibile cancella l’evento ineluttabile del mio impatto al suolo.

Capisco di essere salvo, capisco con certezza che la morte mi ha risparmiato oggi, che nessuno chiamerà mia madre per dirle quanto è stupido suo figlio e posso godermi il resto, quei balzi in attesa che l’elastico si fermi.

Gambe di gelatina toccano terra, l’adrenalina spruzza a raffica nel mio corpo scariche di energia che mi fanno sentire immortale, dandomi l’illusione di aver fatto una cosa follemente bella e regalandomi il desiderio di volerla rifare.

Oggi sono venuto qui per saltare gente e l’ho fatto, ho saltato.

Giuseppe Pensieroso

 

Giuseppe appeso e felice
Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso