European Athletics ha introdotto nuove linee guida per le riprese televisive, con l’obiettivo di ridurre la “sessualizzazione” delle atlete.
Tradotto: niente inquadrature troppo invasive, meno replay al rallentatore e meno primi piani concentrati sul corpo.
Ora, capisco tutto.
Capisco la necessità di evitare riprese gratuite e volgari. Capisco il rispetto per le atlete. Capisco anche che una telecamera non debba trasformare una competizione sportiva in un catalogo di corpi.
Ma forse, nel tentativo di correggere un problema, si è finiti per inventarne uno che non esiste. Perché i corpi degli atleti esposti durante una performance non sono lì per vendere se stessi.
Sono lì per saltare più in alto.
Per correre più veloce.
Per lanciare più lontano.
Per abbattere un centesimo di secondo, superare un’asticella, migliorare un record.
Il corpo, nell’atletica, è uno strumento di performance. È il mezzo attraverso il quale una persona cerca di andare oltre i propri limiti.
Una saltatrice in alto che si prepara a una rincorsa non sta “esibendo” il proprio corpo. Sta cercando di superare un’asticella posta a due metri da terra.
Se qualcuno guarda quella scena e vede soltanto un oggetto del desiderio, forse il problema non è la telecamera.
E allora viene da chiedersi chi abbia scritto queste regole. Persone con qualche problema irrisolto?
Oppure persone convinte che il pubblico sia composto da adolescenti mai cresciuti, incapaci di distinguere una prestazione sportiva da un video da social?
Perché il punto è proprio questo: lo sport non ha bisogno di essere sterilizzato. Ha bisogno di essere raccontato bene.
E magari sarebbe il caso di ricordare che la differenza tra una ripresa sportiva e una ripresa sessualizzante non la fa il corpo dell’atleta.
La fa lo sguardo di chi guarda.
E soprattutto quello di chi sta dietro la telecamera





