Sono un triatleta, senza più paura

Rispondo “Danke schon“, senza conoscere il tedesco, a una ragazza sudata e in sovrappeso che mi porge la medaglia e mi parla in spagnolo. Mi mettono una maglietta in mano e dal sole e 30 gradi mi spingono in un tendone dove di gradi ce ne sono 40 e due griglie accese spargono odore di grasso e fumo tra centinaia di corpi sudati e medagliati.

Sento le mani sporche di sale e di zucchero, provo a fare un respiro lungo e non ci riesco, prendo tre bottiglie d’acqua e sotto il braccio e due bicchieri di liquidi colorati e gelati.

Barcollo fino a un tavolo, crollo su una sedia, a contatto con il liquido lo stomaco si ribella. C’è un monitor. Si vedono gli arrivi e le esultanze degli altri. Ho appena finito il 70.3, il cosiddetto mezzo Ironman, 1900m di nuoto in un mare gelato, 90km di bici con tante salite dure e una mezza maratona corsa sotto il sole cocente.

Sono sfinito, finito.

Mi sembra incredibile eppure sono arrivato fino a quella M rossa, con le mie gambe, le mie braccia, la mia testa e il mio cuore.

Calella, qualche decina di km da Barcellona, località turistica famosa per il suo faro. Due giorni di sole, passeggiate, stand. Rumore di bici e di passi tutto il giorno nelle orecchie. Atleti e atlete del nord con bici spaziali e fisici statuari, uomini anziani ma scolpiti nel legno, ragazze che corrono veloci e respirano forte nei viali e escono dal mare avvolti nelle mute.

Ci sono anch’io. Fisico e attrezzatura improbabili ma tanti mesi di allenamento alle spalle, abitudine a soffrire, una valanga di entusiasmo e incoscienza. Domenica mattina, ore 5.30, tutti in un campo da calcio trasformato in parcheggio di bici e gigantesco guardaroba, la famosa “zona cambio”.

I compagni di squadra accanto, sorrisi e scherzi, gomme da gonfiare ma tanti pensieri che dentro la testa cominciano ad andare veloci. Tutte le situazioni che ho immaginato in questi mesi sono lì davanti, vicinissime. Le mie enormi sudate rendono infilare la muta un’operazione lunga e complessa quindi inizio subito.

Il fresco dell’alba e il body rendono però il tutto più veloce il risultato è che sono il primo assoluto ad avere la muta chiusa e, per paura di perderle, cuffia e occhiali in testa. Vado a tuffarmi, acqua calma ma gelida, mi sento bene. Trovo la posizione insieme a Walter e Antonio, compagni di squadra. Il tempo passa veloce e mi ritrovo, in attimo, a far partire il GPS e a correre sulla spiaggia sassosa.

Boccata d’aria e parto. Do tre bracciate, alla quarta prendo una schiena. Mi ritrovo in mezzo a una tonnara, nel cuore di una rissa. Do e prendo colpi a ripetizione, in ogni bracciata non sai se arriverà la botta e da dove. Alzo la testa per puntare la boa, tanta gente da superare, girarci intorno. Si crea una corrente che ti trascina. Stranamente sono tranquillo, respiro bene, non bevo, e mi sto divertendo. Nuoto con facilità, ma sono partito troppo dietro. Devo continuamente superare e colpire.

Al giro di boa le normali convenzioni umane sono sospese, prendo una botta sulla spalla, la sento, anche oggi che è martedì. Nel lungo tragitto che porta alla seconda boa mi arriva un calcio. In pieno viso. Gli occhialini si schiacciano sul naso ma resistono. La cuffia si è praticamente sfilata, la testa mi si congela all’ istante, riesco a rimetterla e a proseguire. Altro giro di boa, provo ad accelerare. Il sole contro rende impossibile guardare avanti , ma l’acqua colorata di rosso dal sole è di una bellezza brutale che tocca il mio istinto competitivo. Spingo. Cuore e polmoni accelerano. Ho raggiunto chi ha il mio stesso passo. Le botte sono finite.

La mano tocca la sabbia. Mi alzo in piedi, sprofondo nella sabbia sassosa mentre la testa prende a girare e quasi vado giù. Sono sulla sabbia, inizio a sfilare la muta e mi infilo nel tendone del cambio. 34’15”.

É il mio record sulla distanza e sono integro. Il pavimento del tendone è zuppo d’acqua. Riesco a non scivolare e a cambiarmi. Casco, occhiali, calzini, scarpette. Un respiro e parto. Le scarpe da bici sul bagnato sono pattini. Un’addetta fa gesti a tutti di andare piano. Quando mi vede lanciato di gran carriera verso di lei il suo gesticolare diventa ancora più frenetico e mi fissa atterrita. Riesco a evitarla. Pochi secondi e sono in bici. Seduto si sta bene, i primi 3km, dentro la cittadina, sono affollati come Boccea la mattina alle 9, mi rilasso, provo cambio e freni, poi la strada si apre e comincia la gara. 90km da fare, ma tanta salita, e discese pericolose.

Prendo il primo gel e attacco la prima rampa. Rapporto agile e gambe fresche. Salgo bene e in sorpasso continuo. Intorno ho di tutto, dal ciclista della domenica al super atleta con casco da cyborg e bici spaziale. Ho la sensazione che i tanti che vedo, senza pettorale e body tecnico, siano imbucati per godersi un bel giro. Il percorso é complicato ma bellissimo. Un’organizzazione impeccabile ci fa correre su strade pulite e completamente sgombre.

Non ci sarà MAI la sensazione, che i corridori conoscono bene, di angoli pericolosi con auto che possono sbucare da un momento all’altro. Attacco la prima salita, in piedi sui pedali e respiro profondo. Non si può stare in scia. Si sta vicini ma sfalsati, la sinistra dovrebbe essere libera per i sorpassi e ovviamente, come nelle 10km di quartiere, quello che blocca la strada per chiacchierare col compagno non manca neanche qui.

Si sta freschi e non c’è vento e la salita passa veloce. Comincia la discesa. Sono tornanti stretti, alcuni molto ripidi, curve veloci a volte rese più strette dai birilli. Qui la tecnica, che manca, conta e la strizza domina. Sbaglio completamente la traiettoria dei primi due. Sfioro il bordo strada. Adesso sto correndo la coppa Cobram.

Per un pelo non stendo un tedesco che mi urla di tutto, in uno dei punti più veloci mi taglia la strada una bici gialla, vedo la mi ruota davanti a un respiro dalla sua posteriore, finisce larghissimo e inchioda. Io vado dritto, prendo velocità all’istante ma senza controllo. Due ciclisti davanti, unica possibilità passare in mezzo, ci riesco. Sono congelato dalla paura.

Finalmente la strada spiana, ho ancora una spinta notevole e quando riprendo a pedalare supero tre bici spaziali in volata, si girano a guardarmi, mi riprendono duecento metri dopo, ma il momento resterà nei miei ricordi più belli.

Zona ristoro, bottiglie da prendere da coraggiosissimi addetti che si fiondano tra le bici in corsa e vengono crivellati dai lanci di quelle vuote. per 100 metri l’asfalto e tappezzato di bottiglie e banane schiacciate. Superate anche queste è il momento del salitone centrale. Cala il silenzio, mi rimetto in piedi, spingo forte, sento il cuore battere forte. Molti sono in difficoltà evidente. Il tornante ti costringe a dare più potenza nel momento di peggior salita.

Alzi lo sguardo e vedi che la cima della collina è ancora lontana. Non sono salite epiche o spacca gambe, ma le sensazioni che provo sono splendide. In salita devi sudarti ogni metro, il confine tra andare e mollare e sottile come un velo. Ripensi alle scene viste in tv. I gregari e gli scalatori. Fatico ma me la sto godendo. La mia bici, piccola e agile, sembra più adatta al percorso delle bici astronave. Continuo a sorpassare.

A fine gara in salita conterò zero sorpassi subiti e un centinaio fatti (in discesa purtroppo sarà esattamente il contrario). Ancora discesa, questa volta vado prudente, il fondo a tratti è umido. Tante cadute, una ragazza caricata in ambulanza. Guardo avanti, la mascella serrata e la concentrazione massima. Poi di nuovo salita, una tempesta di polline, poi si scende.

Qui il percorso è bellissimo. Strada ampia e tornati larghi. Non ho paura. Prendo a riferimento un ciclista più avanti, seguo le sue traiettorie. Vado giù bene. Supero un tizio con scritto Claudio sul body. Strillo “forza iTALIA!”. Si arriva in piano. Mi ricordo che sto in gara. Cerco di spingere sui pedali, sento il vento fresco in faccia. Discesa meravigliosa che costeggia il mare. Vado veloce, sto bene, Rientro in città e si torna alla zona cambio. 3h03’11”. Sono soddisfatto.

Arrivo alla linea che obbliga a scendere dalla bici in piena velocità. Mi fermo sgommando. Accenno una goffa e lentissima corsetta bici alla mano. Un paio cadono. Arrivo al mio posto bici e lo trovo occupato. Mi guardo intorno. Che fare? Butto la bici per terra, lancio a destra e a sinistra quelle che ho davanti e mi libero il posto. Riesco a incastrare la mia. Mi cambio. Comincia la corsa.

Nei mesi precedenti la gara gli allenamenti di corsa mi avevano dato segnali contrastanti. Mi sentivo legato, contratto. Ero comunque sicuro che la mia esperienza da maratoneta sarebbe bastata. Invece…

La corsa quando la sfidi e la sottovaluti ti punisce. Ti punisce bastonandoti e portandoti allo stremo. I primi due km li uso per sciogliermi. 4’38”. Saranno i più veloci. Faccio un check.

Fiato ne ho. Fa caldo, tanto. Le gambe sono vuote. Non stanche. Vuote e pesanti. Tratto in sterrato e irregolare. Mi innervosisce. Prendo gel e mi faccio una doccia di acqua gelata del ristoro.

Devo rallentare, la media è da corsa lenta, ma sto perdendo la testa e al chilometro 5 di 21 non puoi permettertelo. Si corre a pieno sole, comincia un tratto misto terra, asfalto sabbia. Aspetto il giro di boa che non arriva. Sono tutti in difficoltà. Sembra una marcia dolorosa di lentezza esasperante. Decido di non guardare più il GPS.

Penso al traguardo, alla medaglia. La gara mi sta presentando il conto. Mi sta facendo vedere quanto può farti male. C’è una rampa. Mi uccide del tutto. Da questo momento si deve sopravvivere. Siamo a metà. Comincio a pensare, come consiglia Calcaterra, ai chilometri che hai corso e non a quelli che mancano. Il mix acqua gelata e gel sta demolendo il mio stomaco.

Mi ritrovo su un tratto in asfalto rovente. Sto affrontando il momento più duro da quando corro. I chilometri però passano. Lenti, lentissimi. Incredibilmente supero anche persone. Vedo ritiri e tanti che camminano.

Manca poco. Stringo i denti. In alcuni momenti chiudo gli occhi per non veder quanta strada manca. Fa caldissimo. I polpacci cominciano indurirsi. Un crampo adesso vorrebbe dire gara finita. Poi vedo un cartello nero.

Chilometro 20.

È fatta. Non può togliermela più nessuno. Arrivo alla rampa finale. Tappeto rosso.

La mia Francesca che mi chiama.

Gambe leggerissime.

Mi viene da piangere e da ridere insieme.

È finita. Ce l’ho fatta. Sono sfinito.

Sono triatleta. Sono Ironman (mezzo)

 

Thomas De Duca