Preghiamo fratelli perchè torni la nostra Santa Domenica…

Che sportivi saremo senza più la liturgia domenicale delle gare, ci avete mai pensato?

Se non potessimo più correre le competizioni che ci hanno fatto diventare bravi atleti, come potremo attingere, da quel rito settimanale, l’energia necessaria che ci fa essere dei buoni praticanti?

In questi mesi lo abbiamo capito che possiamo fare sport ugualmente, anzi ci siamo sentiti a tratti più liberi di alcune tensioni evocate dallo spasmo competitivo, dalle nevrosi di dover migliorare sempre, di dover necessariamente onorare il tempo per riuscire a strappare attimi di gloria all’arrivo.

La comunità podistica, sotto la guida dei suoi Presidenti di squadra, ha la responsabilità di non sciupare tale ricchezza, di farne riscoprire tutta la bellezza, la necessità.

Perché lo stiamo capendo sulla nostra voglia di correre che senza il nostro altare sportivo, senza la celebrazione della eucaristia domenicale, il runner non è niente, anzi, senza foto, senza medaglie, non esiste nemmeno.

Se stiamo vivendo bene l’assenza dalla nostra “parrocchia” costruita sotto il gazebo è perché non ne abbiamo valorizzato appieno le potenzialità.

Il rito che si ripete immutato da decenni, dove cambia il corollario fatto di tecnologie e servizi a margine, ma l’ara da cui tutto prende forma è multicolore, animata dal sacerdote nella figura del presidente o allenatore, che dispensa consigli e strategie, elergisce l’omelia durante la celebrazione liturgica del pregara e si rivolge direttamente ai fedeli in maniera non ritualizzata, per commentare le tabelle di allenamento del giorno.

Nel contempo, dal Tabernacolo, chierichetti e fedeli volontari prelevano i pettorali per distribuirli ai seguaci podisti, ordinati e in fila, trepidanti e attoniti ad ogni cerimonia domenicale.

Il numero da apporre sul petto, come un santino a cui affidare le speranze è la materia di un sacrificio creato in onore della divinità Gara, consacrato dai precetti di uno sport integerrimo e pulito.

La chiesa costruita ogni settimo giorno della settimana con i colori delle diverse congregazioni ha i banchi separati per uomini e donne. All’interno del Sagrato ogni uomo è uguale a l’altro, fino a quando non si esce per consumare tutta l’energia accumulata nel precetto mattutino.

Questo moderno luogo di culto atletico è resistente alle intemperie e come dei moderni missionari, i volontari fedeli lo montano su ogni terra, consacrandone il suolo e seminando linfa per nuovi adepti da far entrare in futuro.

Alla fine della passione c’è l’assoluzione, dopo aver vissuto con animo e corpo il percorso di gara come una forma di espiazione da ogni peccato costruito sul altare pagano della pigrizia, torniamo sul piazzale della nostra chiesa, ognuno con le proprie verità e dolorose incertezze sul futuro ma coscienti di ricevere il proscioglimento da parte del Presidente dei nostri peccati di indolenza dal lunedì al sabato.

Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Maglia et Medaglia et Spirito Sano

Perché se non andiamo più alle gare il problema non è che non stiamo dando più niente al sistema ma è che non riceviamo da Lui ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

La messa è finita

Correte in pace

Marco