Correre una maratona è…

Correre una maratona è, di per sé, una follia.

Lo è se non ti chiami Eliud Kipchoge, Gebre Selassie, o se non sei uno di questi Dei sull’altare della grande distanza.

Lo è perché 42,195 km non sono una distanza umanamente sopportabile. Sai che giungerà il momento in cui le gambe diranno “basta”, l’allenamento non sarà più sufficiente e sarà solo la testa a portarti al traguardo.

Sai che ad un certo punto sarà solo una questione di disciplina, coraggio e orgoglio.

Non si capisce a fondo cosa significhi tifare un maratoneta finché non si affronta la stessa distanza, finché non si vincono gli stessi fantasmi, le stesse fatiche, le stesse tentazioni.

Tagliato quel traguardo si condividono emozioni simili eppure diverse. Dipende dalla preparazione di ciascuno, dal tempo, dalla sensibilità, dal carico emotivo che quell’obiettivo porta con sé.

Vedere qualcuno correre una maratona virtuale, senza pubblico, senza start ufficiali, senza compagni di gara, né ristori, né un traguardo (vero) all’orizzonte è un’altra cosa.

Puoi aver aspettato sulla finish line di maratone in ogni parte del pianeta, tenuto il ritmo nei lunghissimi di qualcuno ma nulla, nulla, è paragonabile all’assistere km dopo km al compiersi di un’impresa che ha come unico testimone un sistema GPS.

A me è successo per la prima volta in occasione della Global World Major Marathon.

Sono stata spettatrice, assistente di gara ai rifornimenti e addetta al cerimoniale di consegna della medaglia a fine gara. Il fenomeno delle corse virtuali ci ha misurato anche su questo. Sulla capacità di resistere sapendo di poter contare su un’unica persona: talvolta solo noi stessi, talvolta l’ausilio di un fedele podista che ci attenda ogni 5 km con una bottiglietta d’acqua.

Nel ruolo del fedele podista che attende con i rifornimenti c’ero io. In corsa, insieme ad oltre 1900 persone nel mondo, c’era invece un collega (di professione e di hobby) con un bel po’ di maratone sulle gambe.

Mettersi “al servizio” di un maratoneta è un punto di vista totalmente nuovo sulla grande distanza. Giunge il momento, quando si presenta il “muro”, che ti chiedi se incitare a proseguire quell’avventura sia, anche solo lontanamente, umano. Chi ti esorta lungo le strade di una gara ignora chi sei, quando hai combattuto per giungere fino a lì. Lo immagina ma non lo sa.

Nel corso di una maratona virtuale chi ti assiste sa tutto. C’era negli sfoghi su quell’infortunio giunto a 15 giorni dalla gara. C’era alla partenza, al terzo km quando quell’infortunio presentava il primo conto da saldare e così km dopo km, con l’incredulità che potesse esserci una speranza. Ma è dopo il 32esimo che l’ignaro spettatore, nonostante non sia un novello della maratona, capisce le dimensioni di quell’impresa.

Sostieni come puoi l’assenza di un pubblico che galvanizza, nutri speranze e vedi in volto la fatica. È da lì in poi che ti chiedi se quello che fai – spingere ad andare avanti – sia normale, umano, giusto. Incitare così da vicino negli ultimi km, dal 39esimo a quei 42,195, smuove emozioni nuove. Si tratta di vedere da vicino il senso di quell’impresa, la forza di prendersi la rivincita su estenuanti allenamenti, lunghi sotto la pioggia o il sole cocente. Si tratta di capire che per arrivare al traguardo le gambe non bastano. Serve la mente.

“Vai  a prenderti la medaglia”: ripeti come un mantra quello che hanno detto a te, ogni volta. “Mancano due km, non mollare”: lo dici e sai che dopo 40 km anche un metro può essere troppo. “È fatta, ultimo km”, “300 metri e vedi il traguardo”: incoraggiamenti che possono funzionare quando ti avvolgono ali di pubblico e intravedi da lontano lo striscione del traguardo. Ma cosa accade se tutto questo non c’è?

Allora l’impresa diventa coraggio, passione, voglia di rivincita. I runners “virtuali” ci insegnano che c’è sempre un traguardo ad attendere chi non si arrende. Lo sanno gli oltre 900 podisti che tra l’uno e il due maggio hanno tagliato altrettante finish line in altrettanti luoghi del mondo con addosso il pettorale della Global World Major Marathon.

Lo insegnano Roberto, con la sua nuova Major al collo, Massimo Passeri con la sua maratona di Gerusalemme corsa nel Pordenonese, e tutti quelli che in queste settimane stanno prenotando il loro pettorale per tornare sulle strade del pianeta, in coda dietro ai top runner e al fianco di tanti, impavidi, sognatori.

Renza Zanin

 

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