Arrampicata sportiva e la consapevolezza del proprio corpo

E anche oggi sono qua. Mi ci hanno trascinato! No, non è vero. Ma a me neanche piace! No, non è vero.

Meglio non inventare scuse e mettersi le scarpette.

Mi assicuro con l’imbrago alla corda, che scorre sinuosa tra i rinvii e una volta in posizione, il sangue dal cervello raggiunge la punta dei piedi; è dai due estremi che parte lo slancio.

Comincio a sperimentare, sento il corpo abituarsi alla nuova dimensione verticale, si muove ancora a scatti. Solo dopo le ripetute strette di mano (e che presa!), riconosco la parete e cambia la nostra relazione.

Il bacino, mi dà nuove istruzioni, come fosse un direttore d’orchestra, in attesa da chissà quanto tempo di iniziare l’esibizione.

Ecco che, quasi per gioco, bacia il muro; poi si allontana; si contrae e lo bacia di nuovo.

Che metodo è mai questo? Mi trovo un metro e mezzo più in alto.

Proseguo.

Non tutti i passaggi però, hanno sembianze ballerine. Alcuni li macino senza respirare, con famelica voglia di dimostrarmi qualcosa. Per altri, la paura di non farcela paralizza ogni tentativo e sconforta l’infante entusiasta che in me arrampica.

Se guardo in su, l’arrivo mi sembra giudicante: «Sprezzo, scherno e umilio» – mi dice dall’alto – «chi sale a fatica senza tecnica alcuna; dai vieni, non mangio mica, solo i più deboli hanno paura».

E continua a canticchiare la filastrocca che mi hanno insegnato essere menzognera: quest’ultima, nonostante gli sforzi, dentro la mia testa si accomoda.

Manca poco. Non voglio smettere di respirare e di crederci. “Chi va piano, va sano e lontano”, dicono in Paradiso.

Ma qui, il Purgatorio non conosce stasi e chi non imbocca un nuovo percorso di redenzione, rischia di essere ricondotto a un infernale oblio di sé.

Grazie all’arrampicata si assaggia cosa può essere la consapevolezza del proprio corpo e dei propri funzionamenti mentali, e di come possono essere indirizzati.

Ti innamori nel vederti capace, anche solo di provare.

Allora cambi prospettiva gentile, guardi dall’alto il percorso compiuto, lo condividi inevitabilmente con i/le/* tuoi/tue/* compagnǝ di cordata e con le varie tribù falesiane.

Ti confronti con i tuoi limiti e i tuoi progressi, accetti le rese e i consigli. Mangi qualità e respiri istinti animaleschi; la società sembra un ricordo lontano…

Eppure, ti sembra di non essere mai stato così socievole?

Insomma, se non è questa una tra le migliori realtà della vita, a me qualche beneficio lo lascia comunque.

Torno a casa stanca, sudata, con le vene a fiori di pelle e con le risate rimesse in circolo, con la voglia di svegliarmi domani mattina.

Bel traguardo.

“Che notte, stanotte” cantava Bono; sicuramente saprà di sonno profondo.

Maddalena Scoppola

 

 

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